“Contro le donne”: Paolo Ercolani ci racconta il più antico dei pregiudizi

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Contro le donne: Paolo Ercolani ci racconta il più antico dei pregiudizi

Nel secolare percorso della vicenda umana non c’è dubbio che quella della donna sia una storia a sé. Le lunghe ed estenuanti lotte condotte dall’”altra metà del cielo”, prima alla ricerca dell’uguaglianza, quindi, in epoca a noi più vicina, per rimarcare la differenza dall’essere maschile, derivano innanzitutto da alcuni fondamenti della cultura occidentale, e da politiche sociali concrete, che hanno impostato il rapporto con la donna all’insegna della discriminazione e della maledizione.

Paolo Ercolani, La filosofia delle donne: uguaglianza, differenza, in-differenza

Contro le donne, Storia e critica del più antico pregiudizioLa donna, oggi, sembra aver riscattato la sua immagine. Non è un percorso facile né concluso, nonostante la lotta femminista abbia nuove forme e nuovi modelli: le signore hanno smesso di sfilare nuda o bruciare reggiseni solo per rivendicare la propria posizione nella società così spesso (sempre?) connotata dal sesso e dalla sessualità. Oggi le donne combattono attivamente, come negli anni Sessanta, dimostrandosi per quello che sono: esseri umani. Una femmina che può essere astronauta, avvocato, manager e persino Presidente degli Stati Uniti (forse): al di là delle proprie convinzioni politiche – forse nemmeno così facilmente trasferibili su una società così distante come quella americana – è un fatto storico conclamato che Hillary Clinton sia ormai la candidata del partito democratico per le presidenziali. Il fatto, inoltre, che sia proprio lei a essere la candidata, colei che ha vissuto il ruolo di First Lady con un uomo che l’ha pubblicamente tradita, rendendo famoso il blue dress della Lewinsky per questioni di pessimo gusto, è una potenziale candidata al governo di una delle prime potenze mondiali.

Ma, vi farei notare, l’America, patria di rivoluzioni e lotte per i diritti delle minoranze, è riuscita ad avere prima un presidente nero che una donna. Obama, arrivato al suo secondo e ultimo mandato, oggi appoggia la Clinton: è un afroamericano, un cosiddetto negro, attualmente presidente, a sostenere una donna bianca.

Chi è la vera minoranza, nella storia? Chi è stato davvero discriminato da qualsivoglia cultura, messo in un angolo e relegato in casa senza possibilità di studio e acculturamento personale?

La mia è, palesemente, una provocazione: non voglio certo sminuire il dolore e le sofferenze vissute dagli schiavi africani deportati in America al fine di servire ricchi signori bianchi. Né voglio dimenticare gli indios sterminati da europei convinti della loro superiorità autoproclamata. La discriminazione razziale è un problema oggi quanto ieri, soprattutto in un America ove ormai le cosiddette minoranze etniche sono sempre più la maggioranza.

Eppure, anche le donne hanno vissuto secoli come schiave per lo stesso motivo: essere nate. Che sia il colore della pelle o il proprio sesso, si tratta di motivi di discriminazione che non dipendono da null’altro se non dall’essere nati in un modo, per molti, considerato sbagliato.

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Il peccato originale, Tintoretto

Paolo Ercolani, nel suo Contro le donne, Storia e critica del più antico pregiudizio (Marsilio, 2016), ci racconta proprio questa storia, quella che è stata contro le donne dal suo primo baluginio, ancor prima di avere scrittura e cultura. Il filosofo, professore di storia della filosofia e teoria e tecnica dei nuovi media all’Università di Urbino, ove ha conseguito il dottorato in storia della filosofia, ha approfondito quello che è davvero il pregiudizio più antico del mondo: la donna è, per essenza, inferiore all’uomo ed eterna tentatrice. Eccola lì, Eva, nel Paradiso Terrestre, che tenta Adamo: lei, creata non a immagine e somiglianza di Dio ma dalla costola di quella creatura (maschile) che è stata pensata prima dall’Eterno, ha anche il coraggio di fare l’unica cosa che non si dovrebbe fare in quell’Eden che avrebbe dovuto essere la nostra eterna dimora. È per colpa di una donna se siamo costretti alle fatiche della vita, se siamo diventati esseri mortali e pudici: tutta la colpa sta nella mela che Eva fa mangiare ad Adamo (il fatto che il suddetto Adamo avrebbe anche potuto negarsi alla richiesta non è certo concepito). Ed eccola là, un’altra mela che ha creato un conflitto come la guerra di Troia: il pomo della discordia, quel pomo d’oro che la dea Eris lanciò sul tavolo per provocare Era, Afrodite e Atena. Zeus, possente e virile capo degli dei, si rifiuta di giudicare chi sia fra di loro la più bella e quindi la destinataria della mela d’oro; tocca quindi al possente re di Troia, Paride, a giudicare.

Il sovrano fa vincere Afrodite, colei che gli aveva promesso in sposa Elena, da lui bramata: scoppia così la guerra che infinite pene inflisse agli Achei, rendendo la povera donna schiava di un uomo che non era il marito, descritta dalla storia come fedifraga e meretrice.

Le donne greche che hanno subito il medesimo destino sono tantissime: Ercolani riporta in questo articolo l’esempio di Medea, colei che impazzisce al punto per amore da uccidere i suoi stessi figli.

il giudizio contro le donne non ha quindi solo una matrice cristiana, ma anche pagana: anche nella romanità le donne non vivevano giorni felici, dapprima controllate dal pater familias e poi dal marito. Non vi era spazio per libertà e indipendenza. Basti pensare alle immagini restituite dalla storia di Cleopatra, Poppea, Agrippina madre di Nerone ed uccisa dallo stesso figlio, e così via. Lucrezia, immagine della virtus, è colei che dopo lo stupro fa l’unica cosa possibile per la propria dignità: il suicidio.

«Sta a voi stabilire quel che si merita. Quanto a me, anche se mi assolvo dalla colpa, non significa che non avrò una punizione. E da oggi in poi, più nessuna donna, dopo l’esempio di Lucrezia, vivrà nel disonore!» Afferrato il coltello che teneva nascosto sotto la veste, se lo piantò nel cuore e, piegandosi sulla ferita, cadde a terra esanime tra le urla del marito e del padre.

Tito Livo, Ab Urbe Condita

Grecità e romanità, basi indiscutibili della nostra cultura, ci regalano scenari in cui le donne non possono votare (i veri cittadini erano per ambo le società solo maschi e maggiorenni), non possono parlare in pubblico e se lo fanno non sempre finiscono bene (Cassandra, considerata matta, Antigone che finisce condannata a morte dal padre per avervi disubbidito).

Tutto il dolore del mondo? Colpa di Pandora prima e Eva poi.

RUBENS - Il giudizio di Paride
Il giudizio di Paride, Rubens

Eccoci, moderne Pandora, a camminare per il mondo con una colpa scritta nel corpo. L’isteria, per Galeno, medico greco, era malattia prettamente femminile: colpa dell’utero e del suo spostarsi nel corpo che rendono le donne matte, nevrotiche, isteriche appunto.

L’utero, l’organo che ha dato l’inizio al mondo, è anche la nostra più grande colpa.

Una storia contro le donne ha percorso tutti i secoli, anche quelli in cui le donne sembravano avere più possibilità: sappiate solo che la stessa Virginia Woolf, considerata una delle femministe per eccellenza, non vedeva tutte le donne allo stesso modo. Solo quelle davvero acculturale, solo quelle che avevano potuto studiare erano quelle che meritavano un’eguaglianza al genere maschile: le altre, invece, potevano rimanere nella loro schiavitù.

Questa società antropofallocentrica, come giustamente la chiamò Derrida, non ci lascia ancora scampo: essere donna, anche oggi, significa schierarsi contro una tradizione millenaria che ci addita come inferiori.

È per questo che la nuova letteratura che indaga il problema femminile, ancor di più se fatto da uomini, ci ridà il quadro di una società che sta cambiando. Molto lentamente.

Sperando che nessuna donna venga più bruciata sui nuovi roghi della civiltà moderna.

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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