Abdou M. Diouf – Se li conosci, non li eviti

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Abdou M. Diouf – Se li conosci, non li eviti

Oggi sono andato a vedere una partita.
Una di quelle giornate in cui hai voglia di staccare e vedere qualcosa di nuovo.
Ho scoperto che vicino a casa mia c’è un campo da calcio, nascosto in mezzo al parco. Tra gli alberi.

Mi sono seduto sulla panchina, e come mi succede anche nella vita, mi sono messo in disparte. E sempre in disparte ho seguito quei diciannove ragazzi in campo.

Pelle color ebano. Tutti.
Sono loro. Quelli arrivati con una nave peschereccia un mese fa. E dal sud sono arrivati, poi, fino alla mia città.
Finalmente riesco a vederli da vicino. Finalmente sono reali. Li guardo uno ad uno. E io che li ho sempre visti da dietro una scatola collegata ad un’antenna me li immaginavo completamente diversi.
Sono come me, invece. Esattamente come me.
Uno di loro si gira verso di me. Mi hanno visto. Come succede nella vita. Anche quando decidi di metterti in disparte c’è sempre chi ti nota.

Un cenno con la mano.

Traduco il suo gesto.

«Vieni a giocare, ne manca uno!».

«No, grazie. Col calcio  ho smesso dieci anni fa. Preferisco guardarlo».

Riprendono a giocare.

calcio (1)Cerco una cosa in particolare, ma non capisco cosa. Qualcosa che li renda diversi da me. Niente. Sono uguali a me.
Qualcosa che li renda speciali. Unici. Come gli occhi. Esatto, gli occhi.
Cerco i loro occhi. Per vedere. Vedere cosa hanno visto.
Per capire. Capire come si fa dopo giorni in mezzo al mare, alla deriva, a ritrovarsi per giocare una partita di calcio. Per capire come si fa dopo aver lasciato tutto, perso tutto, sogni, amici, ragazza, famiglia, come si fa a ritrovarsi per giocare una partita di calcio. Per capire come si fa, senza sogni e con un futuro da reinventare a ritrovarsi per giocare una partita di calcio.

Niente.

Dentro ai loro occhi non si legge niente. O forse sono io che sono analfabeta. Io, immigrato come loro, mi correggo, io figlio di immigrato come loro, sono analfabeta. Analfabeta perché le perfette frasi nei loro occhi sono scritte con parole che solo chi è stato immigrato può capire. Con frasi che solo i nonni di qualcuno di noi può capire. Con frasi che solo mio padre e i miei zii possono capire. Con frasi che purtroppo, noi, nati e cresciuti con tutto già pronto, non possiamo capire.

Allora ho cercato di capire altro. Di capire se loro, senza sapere una sola parola in italiano, se loro capiscono.

Se capiscono l’odio. Quello di chi li incontra per strada e li evita. Quello di chi non li conosce e non li vuole conoscere. Quello di chi è troppo concentrato sui suoi problemi per ascoltarli. Una volta. Capirli. Una volta. Quello dei giornali. Dei telegiornali. Dei giornalisti.  Dei politici. L’odio di tutti quelli che usano il loro nome “immigrato”, abbinato alla loro fama di “ladri di lavoro”, “maltrattatori di donne”, “esseri culturalmente inferiori”, per far dimenticare all’Italia quali sono i problemi. Quelli veri. Quelli reali. Quelli del “Sono tutti uguali, se ne devono stare a casa loro!”, quando non sanno che a casa loro ci starerebbero volentieri, solo che, casa loro, è invasa, sfruttata e impoverita da chi, ogni giorno, alla televisione dice «Se mi voti li rimando io a casa loro».

Per capire se questi ragazzi venuti da lontano capiscono quanto odio c’è verso di loro.

Una volta, nei libri di Storia, lessi che un signore, diventato un’icona per l’eleganza e la fierezza con cui ha sempre portato il suo baffo, stava per conquistare il mondo semplicemente perché da dietro un microfono, una mattina, disse al suo popolo che gli ebrei erano la causa di tutti i problemi. Di tutti i mali. E il popolo gli consegnò il mondo con la stessa difficoltà con cui un bambino sazio regala una fetta di dolce al suo migliore amico. È successo in Germania. Nulla di che, sei milioni di morti. Settant’anni fa. Ieri. E la colpa non fu del signore col baffo. No, la colpa fu di chi gli regalò la fetta di dolce.

I nonni sanno benissimo di chi sto parlando.

Adolf.

Ho avuto la fortuna di conoscere i nipoti. Di quei nonni. Quei partigiani. Quelli “tutti giovani e belli”. Gli eroi.

«Se mio nonno, dopo tutto quello che ha passato, venisse mai a sapere che sono uno di quelli che vota quelli che stanno cercando di rovinare l’Italia “curando sempre di riempirsi la pancia”, mi spacca il cranio. In pezzi uguali ai giorni che ha passato a nascondersi e a combattere sui monti».

Le belle storie.

Un sorriso. Il mio.
Mi sono distratto.
Ritorno alla partita di calcio.
Sempre seduto sulla panchina. In disparte. Come sempre.

Voglio leggere i loro occhi.

Una mano mi sfiora la spalla. Mi giro. È il Piccolo Principe. Sempre lui. Ogni tanto si fa vivo.

«Amico, l’essenziale è invisibile agli occhi».

Se ne va. Non un commento.

L’essenziale è invisibile agli occhi. L’avevo dimenticato.
Mi metto l’anima in pace.
Però non capisco.

Insisto. Voglio capire. Non dico tutto, ma almeno come si fa a crearsi nuovi sogni. Da capo. A vent’anni. A trent’anni. A quarant’anni.
Come si fa dopo che si è perso tutto e ci si ritrova a dover ricominciare da zero. Nemmeno da tre. Da zero. Come si fa a ricominciare.

Mentre loro, col sorriso, di chi non ha mai rischiato di perdere la vita in mare, alla deriva, il sorriso di chi non ha mai perso niente, continuano a giocare e a scherzare, io provo a capire.
Nulla.

Sento chiamare il mio nome.
Mi giro. Di nuovo.
Questa volta c’è un ragazzo accanto a me. Seduto sulla panchina. Alla mia sinistra. Non sembra esserci tutto con la testa. Chissà da quanto era lì.
Mi fissa. Allunga una scatola di cioccolatini. Accetto.

«Amico, mamma diceva sempre: devi gettare il passato dietro di te prima di andare avanti».

Devi gettare il passato dietro di te prima di andare avanti.
Un altro sorriso. Il mio.
È quello che fanno gli immigrati.
Gettare il passato alle spalle.
È così che ci si crea nuovi sogni?
Credo di sì.
Ho capito. Anche se non sono riuscito a leggere il mondo che hanno dentro gli occhi, ho capito. Posso tornare a casa. Felice.

Mi alzo e mi dirigo verso l’uscita del parco. Un attimo di distrazione e torno indietro.
Mi avvicino al campo da calcio.
Li riconto. Sono venti ora.
Hanno trovato il giocatore che gli mancava. Quel ragazzo che poco fa era seduto accanto a me. L’unico che si è fermato a giocare con loro. Corre il doppio degli altri.
Forrest Gump.

Con i gesti e qualche frase in francese misto all’inglese chiedo il punteggio. A quei ragazzi venuti da lontano. Con i sogni da reinventare.

5-2. La risposta.

«Chi sta a 2?»

Loro! Indicano.

Allora tifo per loro.

Come nella vita. Ho sempre tifato per chi perde.
Perché, quando sai cosa è la vera perdita, non puoi non tifare per loro.

Se li conosci, non li eviti.

Abdou M. Diouf per MIfacciodiCultura

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