Il pARTicolare. Théodore Géricault, “La Zattera della Medusa”

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Il pARTicolare. Théodore Géricault, La Zattera della Medusa

Théodore Géricault denuncia, con un dipinto di dimensioni immense, gli avvenimenti successivi al naufragio della Méduse, avvenuto il 5 luglio 1816.

T. Géricault, La Zattera della Medusa, 1818 - 1819, dettaglio.
T. Géricault, La Zattera della Medusa, 1818 – 1819, dettaglio.

Mare, tempesta. Nuvole. Mare e ancora mare. Spinte contrarie.

Una vela bianca, all’orizzonte. La visione della terra. La parte destra del dipinto si trascina verso quel punto. Uomini, donne arrancanti. Alle loro spalle, il ricordo terribile di quelle ore nel ventre del mare.

Alle loro spalle, un pARTicolare.

Sulla diagonale, perfettamente in contrasto con quel giovane che sventola una bandiera rossa, un altro uomo.

Solo. La testa appoggiata alla sua mano, i capelli grigi, un velo rosso sul capo, gli occhi persi. Con l’altra mano trattiene un corpo morto, forse del figlio.

I suoi occhi nel vuoto. Sui suoi capelli quel velo rosso. Nelle sue orecchie, un canto.

Lo osservo, l’uomo dagli occhi persi di Géricault. Allora anche io penso. E mi vengono in mente persone, parole, ricordi fortissimi. E occhi. Occhi incrociati qualche estate fa a Dresda.

Juan di fronte a me. Gli tocco il collo. Lì, ha un rosario. Gli chiedo: «Che cosa è?»

I suoi occhi si imbarazzano. Si perdono. «È un ricordo della mia famiglia. Mi lega al Venezuela». I suoi occhi si staccano dai miei. Ancora di più. Sistema il rosario sul suo collo. Lo nasconde un po’. Lo accarezza.

 

Kata, nella mia stanza. Sul mio letto: «Io non ho un’identità. Non so chi sono. Spesso ho paura. E me lo chiedono. Sei ungherese o serba? È terribile non sapere da dove vieni. Se ti senti più di una terra o di un’altra. Due terre che hanno pregiudizi fra di loro. Si dice addirittura che le donne ungheresi, ad esempio, siano più selvagge in amore che le serbe. Ci credi?» Kata sorride. Ma i suoi occhi sono lucidi. E allora Stefan le risponde: «Tu hai un’identità. Tu sei KATA. Questo basta».

El Taif mi parla delle stelle: «Studio le stelle io. Qui vedi i nomi delle stelle sono tutti in arabo. La tua è Betelgeuse. La più luminosa. Ci pensi? In Tunisia, studiavo le stelle…»

Sonia, ha vissuto a Bogotà, ha lavorato in progetti umanitari. Razzismo. Povertà. «Ora sono qui. Per studiare di più. L’Europa mi ha dato questa possibilità. È una benedizione».

Sara, parigina. Madre algerina. «Abbiamo sofferto ogni tipo di razzismo. Di pregiudizio. Mia madre soprattutto. Il razzismo è terribile. L’uomo ha bisogno di sentirsi sempre superiore per qualcosa. Qualsiasi cosa essa sia. Deve sempre trovare un’illusione di superiorità».

T. Géricault, La Zattera della Medusa, 1818 - 1819, il pARTicolare.
T. Géricault, La Zattera della Medusa, 1818 – 1819, il pARTicolare.

Marco, colombiano, Natalia, ucraina. Si innamorano. Quando partiranno, lui le dirà: «Mi sento solo. Ma da adesso sei tu, la mia Patria».

 Vorrei smettere di pensare. Ma non riesco. E quando il dolore allo stomaco si fa ancora più fitto cerco di calmarmi. E ripenso a Romeo.

In cucina, Romeo era lì. Romeo veniva dal Benin, Africa, ed era in Germania per studiare e trovare un lavoro, attendendo che la sua famiglia lo potesse raggiungere.

Romeo, la mattina, mentre io facevo colazione, CANTAVA.

Un canto africano. Il silenzio intorno. Romeo cantava, da solo, e io ero calma.

Quando Romeo andava via, senza il suo canto, mi sentivo d’un tratto di nuovo sola.

Non esiste clandestino per me. È una parola che non concepisco.

Clandestino dove? Di quale terra? È reato cercare un luogo migliore? È reato sperare in una crescita? È reato viaggiare nel mondo che, fino a prova contraria, è di tutti?

L’unica cosa che dobbiamo desiderare è di non sentirci mai clandestini di noi stessi.

Allora non penso neanche a qualcosa di così lontano. La mia mente ripensa ai miei genitori, giovani calabresi, che si sono costruiti una piccola vita qui nel nord, lontano da casa. Non dimentichiamo la migrazione interna all’Italia. Il razzismo ancora presente verso il sud, verso i “Terroni”. Lo ricordo, il dolore, quasi fosse un graffio sulla mia pelle, ad ogni metro che ci allontanavamo da giù, per tornare qui nel nord.

Ad ogni metro un dolore di perdita. Perdita eterna. Qualcosa che nessuno ti ridarà più.

Chi siamo per giudicare, per pretendere di dire che una terra è nostra? Chi?

In quella casa dai mille colori, ho capito che il mondo è il solo posto che abbiamo. Tutto. E che non esiste confine. Non esiste nemmeno una sola identità nazionale, forse. L’unica cosa che esiste è l’amore per noi stessi. Per la nostra identità e dignità. E dobbiamo fare in modo che questa dignità mai più, mai più possa essere così trafitta.

Intanto, nel mio sangue, nel mio petto.

Quel canto. 

There’s nothing I won’t steal or borrow,
I’ll travel on a boat or an aeroplane.
I’ll explore a world of sorrow,
Cause when I find you I know, I know I’m a be 
okay.

Emeli Sandé

[Non c’è niente che ruberò o prenderò. 

Viaggerò su una nave o su un aereo. 

Esplorerò un mondo di dolore. 

Perché quando ti troverò lo so, lo so che starò bene.]

EMELI SANDE, WHERE I SLEEP, 2012.

Federica Maria Marrella per MIfacciodiCultura

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