“Quaderno Proibito” e “Revolutionary Road”: il contrasto degli anni Cinquanta

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Quaderno Proibito e Revolutionary Road: il contrasto degli anni Cinquanta

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Alba de Céspedes

Alba de Céspedes è un’autrice di origine italo-cubana del pieno Novecento, né canonizzata nei programmi scolastici né così conosciuta come meriterebbe.

Sicuramente un punto a suo favore è la versatilità che mise nei suoi molteplici impieghi: non solo scrittrice di romanzi quali Nessuno torna indietro e Quaderno proibito (uscito sia a puntate su rotocalco sia in volume integrale nel 1952), ma anche speaker radiofonica della trasmissione radiofonica L’Italia combatte per i partigiani e giornalista pubblicista. Infatti diresse dal 1944 al 1948 la rivista letteraria napoletana Mercurio da lei stessa creata e scrisse una sorta di posta del cuore diretta al pubblico femminile su Epoca (Dalla parte di lei). Certamente il fatto che viaggiasse col marito per i suoi incarichi diplomatici tra l’Europa e l’America le conferisce l’attributo di intellettuale cosmopolita.

Proprio Quaderno Proibito è il romanzo familiare che l’ha resa famosa nel mondo, è il romanzo della coscienza critica della stessa autrice, un testo parzialmente neorealista, senza essere né eccessivamente drammatico o noioso. Alba ha creato più che un semplice e banale romanzo rosa: la sua è un’opera sociale, familiare, appunto. Quaderno proibito è un libro che trascende i confini delle mura domestiche, perché in grado di unire le figure delle madri, delle donne, delle figlie italiane degli anni Cinquanta. Queste sono le stesse lettrici di Alba de Céspedes, le stesse autrici delle lettere inviate a Dalla parte di lei. Famiglia, matrimonio, sessualità tabù, lavoro sono le confidenze che Alba riceve quotidianamente nella sua rubrica e che contribuiscono sostanzialmente alla formazione dell’identità di Valeria Cossati (dal cognome del marito Michele).

quadernoproibitoValeria Pisani è la protagonista della storia: una donna di quarantatré anni che vive a Roma, senza effettiva passione per il suo lavoro da impiegata, che incarna la mediocrità asfissiante della vita piccolo-borghese degli anni Cinquanta. È prigioniera dell’educazione conformista che ha ricevuto sin dall’adolescenza dalla madre, eppure sente dentro di sé il bisogno di stare al passo coi tempi, al passo col modello di donna contemporanea. Costretta a piegarsi spesso a esigenze morali, a sacrificarsi per la famiglia, a rinunciare a un sogno giovanile, romantico, segreto (incarnato dal capo dell’ufficio, Guido, che vorrebbe fuggire con lei a Venezia). Valeria non è un personaggio, è la sintesi di molte persone comuni, quelle che potevamo incontrare tutti i giorni per le strade delle città italiane sessant’anni fa, e che possiamo incontrare, a volte, ancora oggi, noi, o almeno osservarli in tutte quelle numerose fiction dal tema familiare che la televisione ci propone: gli stessi tipi umani, le stesse preoccupazioni, gli stessi salotti arredati. Un esempio, Il Paradiso delle Signore, proprio sugli anni Cinquanta, trasmessa su Rai Uno lo scorso inverno. Il colore, la novità, l’Italia di quel periodo, i vestiti alla moda, la tradizione della famiglia e del lavoro. Non sono solo fiction, forse, anche un po’ di vita.

Valeria quando torna dall’ufficio non si riposa. Cucina, lava i piatti (già, le lavastoviglie non erano per tutti), rassetta le stanze, fa il bucato per tutti. Michele torna a casa dalla banca e si siede in poltrona a sfogliare il giornale.

Revolutionary Road, 2009. Regia di Sam Mandes, attori protagonisti Leonardo Di Caprio e Kate Winslet. Anche qui siamo negli anni Cinquanta, nella New York della borghesia media, con la perenne divisione tra il soddisfare le proprie aspirazioni e il conformarsi all’ipocrisia della società, continuando a vivere nella rassegnazione, nella mancanza di ambizione, nella monotonia dei quartieri residenziali, dall’erba sempre tagliata nei giardini, dalla casa sempre linda e impeccabile, dalla tavola sempre apparecchiata, dal sorriso stampato sul volto.

Revolutionary-Road-DI (1)Kate Winslet è April, alla pari di Valeria. Sconcertata dalla vita che conduce, per un attimo spera che il sogno della sua vita si possa avverare: trasferirsi a Parigi per ricominciare una vita nuova. Non sa perché proprio quella città, non sa esattamente come si darà da fare per la sua famiglia, eppure è convinta di andarci. Perché ovunque è meglio della casa perfetta di Revolutionary Road. Ma purtroppo nella capitale francese non ci arriverà. Non farà nemmeno in tempo a comprare il biglietto di sola andata.

Lo stesso prova Valeria nei confronti di Venezia: è la meta della fuga d’amore, delle costrizioni familiari. La città del sogno, dell’immaginario. Eppure anch’essa rimarrà una mera illusione, una promessa sperata interrotta crudelmente.

Frank (Leo di Caprio) è il tipico uomo dalla bella presenza, dal sorriso ammiccante, dall’intelligenza e dalla furbizia spiccata. Anche lui, una volta tornato a casa, si siede a leggere il giornale. Ogni cosa gli viene congeniale, peccato che nessuna cosa della propria vita lo appassioni veramente. È un’identità in bilico, come quella della moglie. E le due non fanno altro che scontrarsi.

Invece Valeria e Michele non litigano nemmeno più. L’indifferenza pian piano si fa strada tra le faccende domestiche, e così il nervosismo, la voglia di non chiacchierare più riunitisi la sera, l’imbarazzo di vivere momenti di intimità a causa della presenza dei figli in casa.

Mirella, la figlia dei Cossati, si districa abilmente tra un corso di laurea in Legge, un impiego part-time in uno studio legale, una relazione con un uomo molto più grande di lei. È giovane, spigliata, attraente: sa molto bene quello che vuole. È determinata. Incarna la generazione successiva a quella di Valeria. Tende al futuro, al progresso, all’emancipazione. Lei sì che esce con successo dal romanzo. Riccardo è suo fratello: inetto per natura, svogliato e indeciso sul suo da farsi, insicuro negli studi di giurisprudenza, affrettato nella relazione con Marina, fidanzata che sarà costretto a sposare perché rimasta incinta. Due tipi umani diametralmente opposti, che facilmente ritroviamo pure nei nostri tempi.

parad signoreMa i parallelismi non sono finiti, ancora per opposizione: se Kate Winslet al solo pensiero di un terzo figlio si sente male, non appena rimane di nuovo incinta, allora sì che avviene la tragedia. L’aborto. Ancora illegale negli anni ’50, non esita comunque a realizzarlo, fallendo. Il peggio, la morte, piuttosto che vivere nell’ombra dell’oppressione e del soffocamento.

Quando si apprende della gravidanza di Marina, il suo destino è segnato. Dovrà stare a casa a badare al figlio, omologarsi alla vita casalinga, come aveva da sempre sperimentato Valeria, la stessa che interpreta questo accadimento come una vendetta per la sua condizione. Eppure una luce all’orizzonte si intravede: se non sarà un uomo a risollevarle la vita, la nascita di un nipotino sì che potrà esserlo. A tal proposito pensiamo alle nostre nonne, che anche se stanche, doloranti a causa di tutti i dolori che sopportano, delle malattie che ogni tanto si affacciano, non appena hanno la possibilità di stare con i loro bambini, con i loro nipoti anche solo qualche ora al giorno, tutto cambia, come se non avessero nulla: tornano a sorridere e a darsi da fare come fossero di nuovo giovani donne, quali erano proprio negli anni Cinquanta.

Per tirare le fila: perché il Quaderno è proibito?

Perché Valeria in tabaccheria non avrebbe potuto comprarlo, perché a casa non si sente libera di scrivere, per timore di essere scoperta dagli altri, come se non ne avesse il diritto. Ma, come Alba de Céspedes scrive, «la nostra vita intima è ciò che più conta per ognuno di noi eppure dobbiamo sempre fingere di viverla senza quasi avvedercene, con disumana sicurezza».

E noi invece? Quanto viviamo nella proibizione? Quanto siamo disposti a sacrificarci per la nostra quotidianità? Quanto a batterci per i nostri sogni, mettendoci alle spalle tutto il resto?

Nei nostri giorni la risposta sarebbe spesso Fifty-Fifty (senza farlo apposta, ancora questo numero, 50), come d’altronde questi anni di cui abbiamo descritto portano con sé sia il fascino sia spiacevoli contraddizioni. Ma è proprio vero che la bellezza vive di contrasto.

Francesca Bertuglia per MIfacciodiCultura

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