I Grandi Classici – “Il Gattopardo”: sciacalli e iene alla guida morale dell’Italia (tuttora)

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Ad un certo punto della trilogia del Padrino, la famiglia Corleone non ha più (o quasi) bisiniss illegali: sotto la guida di Michael Corleone, la famiglia mafiosa si è trasformata in una famiglia di affari, in una SpA, una multinazionale: poi, le grosse questioni si dirimono sempre con gli omicidi. È cambiato tutto, affinché non cambiasse nulla.

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Il Gattopardo

La stessa cosa è successa, e sta ancora succedendo, sotto i nostri occhi: si è affondata la Prima Repubblica, dove nonostante tutto c’erano ancora delle sacche di decenza, e siamo transitati in un Limbo che non si può definire Seconda o Terza Repubblica, ché di repubblicano ormai non c’è più nulla. Ricordiamo tutti le recenti esternazioni, che condivido al 200%, di Piercamillo Davigo il quale ha evidenziato come non è che i politici non rubino più, ma come lo facciano senza vergogna.

Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi. Mi sono spiegato?

Le prima pagine de Il Gattopardo, opera di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, sono già significative, quasi esaustive della tematica che il libro sottende nella sua interezza, eccezion fatta per piccoli aggiustamenti, a piccoli prezzi da pagare:

Molte cose sarebbero avvenute, ma tutto sarebbe stato una commedia, una rumorosa, romantica commedia con qualche macchia di sangue sulla veste buffonesca.

[…]

Trattative punteggiate da schioppettate quasi innocue e, dopo, tutto sarà lo stesso mentre tutto sarà cambiato… quando mai era accaduto qualcosa di serio.

Il principe Fabrizio di Salina sta a contemplare «in perpetuo scontento» la «rovina del proprio ceto e del proprio patrimonio senza avere nessuna attività e ancor minore voglia di porvi riparo»; d’altra parte, il malumore lo coglie per una minuscola macchiolina di caffè sul panciotto immacolato: omnia vanitas vanitatis e Falò delle Vanità, Il Gattopardo è antesignano di una perdita di rotta interiore che gradatamente ha sostituito la nobiltà d’animo (qualsiasi cosa volesse significare) con la roba verghiana, la speranza di riscatto con la sconfitta annunciata, il necessario con l’accessorio. La stessa macchiolina di caffè, la palpazione della paglia del portasigari, soprattutto «il solito bigliettino color di mammola» diventano tutti espressioni di una classe dominante che si sta inesorabilmente sgretolando e che lascerà posto ad una classe sociale per la quale il neo canceroso sarà il fondamento della propria essenza sociale: i personaggi sociopatici paranoici di Bret Easton Ellis di American Psycho, Glamorama, Acqua dal sole sono figli diretti del cerimoniale di corte – e qualche che sia la corte, poi, non importa, ché cambia solo l’accento tra napoletano e piemontese.

07-burt-lancaster-theredlist (1)Il libro vive su alcune scene clou, come pure il magnifico film diretto da Luchino Visconti, (con Burt Lancaster nella parte di Salina, Alain Delon in quella di Tancredi e Paolo Stoppa in quella di Don Calogero Sedara): ma scene a parte, è la riflessione che si snoda attraverso pagine fittissime di provata abilità di gestone di periodi estremamente lunghi eppure scorrevoli, di sapiente uso della punteggiatura, di una deliziosa e ampissima varietà lessicale esattamente sulla scorta della grande letteratura siciliana, da Verga a Pirandello, trasmessa a Sciascia e Camilleri, continuamente venata e variegata di ironia, malinconia e riflessione appunto, ad essere la struttura portante del romanzo.

Assistendo allo sbarco garibaldino, nel Principe Fabrizio si mette in moto il meccanismo della riflessione: riguardo alla fine dell’aristocrazia, non può fare altro che assistere con malinconia e distacco. La proposta della nomina a Senatore del Nuovo Regno d’Italia non può che essere rifiutata, perché «in Sicilia non importa far male o bene: il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di “fare”». Comunque, anche l’ammirazione per il nipote Tancredi (che è, in realtà, il primo autore della frase-concetto sulla necessità di cambiare per non cambiare) si sgretola davanti al cinismo con cui il giovane dapprima combatte coi garibaldini ma poi, dopo l’Aspromonte,  si schiera coi nuovi vincitori e avvalla la fucilazione dei disertori.

Dall’altro lato, Fabrizio assiste all’ascesa della nuova borghesia affaristica che Don Calogero Sedara rappresenta, e con cui i Salina si devono imparentare per evitare il tracollo economico: ma nel ballo, gli ambienti che avevano silenziosamente assistito ai fasti di un passato comunque glorioso sono costretti a subire immobili un’invasione di personaggi mediocri, avidi, meschini, ignoranti, crudeli.

Il Gattopardo
Il Gattopardo

La morte di don Fabrizio Salina è, in fondo, una liberazione, dopo aver assistito al tramonto degli ideali della sua epoca, ideali morali ed estetici. Noi, oggi, dobbiamo leggere ancora ed ancora Il Gattopardo, e vedere il film di Visconti anche, e compiere riflessioni singole e sinottiche: perché nella sua unica, geniale opera Giuseppe Tomasi di Lampedusa ci mostra ancora oggi chi siamo, dove siamo finiti e dove, ancora più in basso, finiremo. Un’aristocrazia geneticamente votata alla cristallizzazione ed alla contemplazione schizofrenica della fine del sé non poteva superare il limite della fine del gattopardi. Ma noi, stiamo assistendo ancora, non nel salone da ballo, ma nelle sale del Parlamento e del Governo, alla stessa invasione di personaggi mediocri, avidi, meschini, ignoranti, crudeli, corrotti, immorali, malvagi: secondo Scorate, essere governati da soggetti di siffatta risma era la conseguenza di essere indifferenti alla cosa pubblica, e ben lo sapeva Fabrizio Salina.

Noi fummo i gattopardi, i leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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