Megumi Igarashi e la censura della vagina in Giappone

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Ce lo aveva già spiegato Courbet: L’Origine del mondo scandalizza il pubblico. Benché sia il luogo ove tutti siamo passati, nonostante sia l’origine di ogni vita, la rappresentazione artistica della vagina non riesce a non creare scalpore. Forse l’organo genitale femminile deve pagare la colpa della sua portatrice: essere donne, anche nel 2016, sembra essere più una colpa che un privilegio. La cosa peggiora se ti chiami Megumi Igarashi, vivi in Giappone e sei un’artista che riproduce nei più disparati oggetti del quotidiano la propria vagina.

Megumi Igarashi
Megumi Igarashi

L’autrice ha riprodotto i propri organi in diversi oggetti, dalle cover dei cellulari a piccola oggettistica molto kawaii: ha ammesso lei stessa che, prima di iniziare questa sua produzione artistica, nemmeno sapeva quale fosse l’anatomia di questo organo. I motivi sono due: il primo è che mai prima di allora aveva osato guardarsi allo specchio. Il secondo è che, anche dopo averlo fatto, era convinta del fatto che la sua vagina fosse sbagliata, difforme dalla normalità.

Questo perché per in Giappone, nonostante viga la libertà di espressione, vige anche la totale censura nella riproduzione (di qualsiasi tipo, artistica compresa) degli organi genitali. Quindi, essenzialmente, Megumi Igarashi non aveva mai potuto vedere come fosse un’altra vagina.

Nemmeno la pornografia giapponese, infatti, è scevra da censure: organi sessuali prontamente pixelati per evitare multe salate per la diffusione di immagini vietate dalla legge.

In realtà, questa censura interessa più le donne che gli uomini. Infatti, il pene viene sovente raffigurato nel paese, ad esempio nella festa del pene di ferro, moderna falloforia orientale.

La Igarashi era già stata diverse volte ammonita per le sue opere, ma questa volta è stata multata proprio in quanto rea di aver diffuso materiale incriminato. La donna, infatti, stava progettando un kayak dal nome pussy boat che, come si potrà intuire dal nome, avrebbe anch’esso portato il suo marchio di fabbrica, e dunque la riproduzione dei suoi genitali. Alla ricerca di uno sponsor, però, ha diffuso online le immagini codificate in 3D della sua vagina, appunto per proporre il modello della sua ultima opera.

È scattata la multa.

Ma la donna è stata anche arrestata, anche se successivamente rilasciata per le orde di fan giunte a suo sostegno. Pochi mesi dopo l’accusa di cui sopra, infatti, è stata portata in prigione accusata della distribuzione di materiale osceno, essendo intenta a mostrare alcune delle sue opere. Dopo il processo, da una multa di 800 yen si è passati ad una pena dimezzata, ma non ad un’assoluzione. Anche se, per fortuna, l’artista non ha nessuna intenzione di arrendersi ma, anzi, di affrontare un ulteriore processo, convinta della sua innocenza.

Arte e oscenità non sono certo un problema giapponese, ma uno zoccolo duro che tutte le culture hanno dovuto prima o poi affrontare. Basti pensare che anche al Giudizio Universale di Michelangelo nel Cinquecento vennero aggiunte le braghe ai personaggi nudi. Foglie di fico hanno a lungo ornato antiche statue greco-romane per volere papale, nascondendo i genitali agli occhi degli spettatori.

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Il Kayak di Megumi Igarashi

Il nudo nell’arte non è faccenda di poco conto né è mia intenzione deprecare la cultura giapponese per la sua censura (che d’altro canto contraddice la stessa libertà di espressione in teoria vigente nel paese).

Oltre a Courbet, penso a Jamie McCartney, lo scultore che ha creato The Great Wall of Vagina, riportando il calco dei genitali di oltre 300 donne. Un’artista criticato e che ha fatto storcere il naso a molti, mal giudicato anche per il suo stesso essere uomo. Come se ce la prendessimo, oggi, con Courbet per aver raffigurato l’Origine del Mondo. Come se, alla fine, la rappresentazione della vagina non possa essere fatta da uomini, in uno strano femminismo autoritario che vuole intensificare le distanze e le differenze invece di eliminarle.

La provocazione fa parte dell’arte, il gesto artistico è spesso contraddittorio e, essendo tale, dà vita a nuove forme artistiche. La mente va al genio di Duchamp e della sua fontana (1917), celebre esempio di oscenità messa in un museo. Oppure alla celebre Merda d’Artista manzoniana (1961). Ma anche Degas subì aspre critiche per la sua ballerina, l’opera in cera che tanto non piacque ai critici: sia per il materiale (considerato spesso troppo mimetico e quindi per nulla artistico) sia per il soggetto. Infatti, all’epoca, le ballerine – soprattutto le più giovani – erano immediatamente accostate alla prostituzione.

Oppure pensiamo al 2014, quando Deborah de Robertis, artista del Lussemburgo, si è seduta di fronte al quadro di Courbet al Musée d’Orsay mostrando i propri genitali. Arrestata per esibizionismo in luogo pubblico, la sua invece era arte performativa.

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Diorama di Megumi Igarashi

È difficile tracciare il discrimine tra arte provocatoria e mero cattivo gusto, o tra puro trash e provocazione. La scatola del Brillo di Warhol (1964) posta in un museo, o la sua Campbell Soup (1962), sono arte o una di quelle cose “potevo fare anche io”?

Ma l’oscenità, in Giappone, si scontra con uno dei mercati pornografici più prolifico a livello mondiale per produzione e fruizione, in cui la tecnologia incrocia i più bassi istinti dell’umano e in cui, ad esempio, la pedopornografia non era reato fino a una decina di anni fa (e non lo è ancora per manga e affini). Un paese con un problema della figura femminile, un oriente in cui stupro e abuso vengono identificati con il piacere femminile, un mondo in cui mostri tentacolari possono violare studentesse delle medie e in cui non c’è alcun limite all’hentai. La pornografia, in qualsiasi sua forma, anche quella video ludica, non è un reato. Un rapporto non consenziente, invece, lo è eccome. I risvolti inquietanti sono molteplici e sono tutti legati ad un’idea della donna oggetto, della bambina giocattolo, del piacere femminile come scontato. Si tratta di una cultura che censura le vagine, che le considera oscene e che coltiva stormi di adolescenti totalmente ignoranti in ambito sessuale.

Ed ecco che le vagine di Megumi Igarashi, sorridenti e colorate, sono un messaggio più forte di quel che sembra: gli organi genitali sono normalità, sono beltà, sono parte del quotidiano e possibili oggetti d’arte. Non c’è oscenità che tenga di fronte alla naturalità di essere donne. Anche se ti mettono le manette e ti fanno pagare una multa per aver diffuso al mondo i modelli 3D della tua vagina.

La censura, in arte, è più stimolo che ostacolo.

Ma una cultura che non ama la donna e che non riesce ad accettare la visione di quell’origine del mondo che tanto aveva impressionato Courbet, non è degna di definirsi avanzata.

Quindi, oltre ai giapponesi, anche l’occidentale Facebook avrebbe da pensare a ogni singola volta in cui ha censurato il quadro di Courbet lasciando però liberamente circolare l’ennesima pubblicità di intimo ben più disturbante e sessualmente indirizzata di un quadro realista del 1866.

Insomma: la vagina, nel 2016, ha ancora bisogno dell’arte per essere libertà dal fallocentrismo medievale del maschilismo?

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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