Tra antico e contemporaneo: Giulio Paolini al Museo Poldi Pezzoli

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Tra antico e contemporaneo: Giulio Paolini al Museo Poldi Pezzoli

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Due ritratti, 2015 – Collage su carta

Prosegue l’iniziativa già avviata dal Museo Poldi Pezzoli di produrre esposizioni volte a incoraggiare il dialogo tra arte antica e contemporanea. In questi giorni è stata infatti inaugurata la mostra Expositio in cui Giulio Paolini, artista concettuale di fama internazionale, è stato invitato a intervenire nelle sale della casa museo di via Manzoni, tra le opere della collezione permanente. La mostra, in corso fino al 22 agosto, evoca il particolare rapporto che lega i lavori del maestro con la tradizione e la storia dell’arte. Copie dall’antico, reperti archeologici, tracce architettoniche.

«Abbiamo voluto proprio lui nonostante, paradossalmente, la sua idea di museo sia agli antipodi rispetto a quella di un direttore: per Paolini è un luogo sacro, di dialogo sommesso con le opere; il mio compito, invece, è di spalancare le porte al pubblico» afferma Annalisa Zanni, direttrice del Museo.

L’idea di mescolare Bellini, Botticelli, Pollaiolo, preziosi tappeti e mobili antichi con opere d’arte contemporanea non è nuova per il Poldi Pezzoli che con questi interventi chiede agli artisti di oggi di offrire la loro personale lettura del museo. Paolini, che dagli esordi negli anni Sessanta dialoga con la storia dell’arte, è fra coloro che più hanno esplorato il gioco serio della citazione, ponendosi domande sull’arte. Giulio Paolini utilizza spesso, nei suoi lavori, cornici, schemi prospettici, quinte scenografiche, cavalletti, telai, calchi, riproduzioni fotografiche di quadri o stampe.

Al Poldi Pezzoli, ha collocato al centro del Salone dell’Affresco quattro calchi in gesso della Venere di Fidia inframmezzati da specchi che riflettono il meraviglioso tappeto di caccia, le cornici e gli altri specchi antichi appesi tutt’intorno alle pareti. Ogni opera appare allo spettatore sotto molteplici prospettive e dettagli. Di forte impatto il Salone Dorato, dove l’artista ha posizionato tre statue in gesso, tratte da un disegno del pittore francese Chardin che riproducono a grandezza naturale tre uomini del Settecento, tutti uguali, tranne per il fatto che uno tiene carta e matita tra le mani. Le tre statue dialogano in modo sublime con alcune delle opere più importanti del Museo come: la Dama del Pollaiolo, il Compianto del Botticelli o il Cavaliere in nero del Moroni. Questa la confessione fatta da Giulio Paolini:

Rappresentano le figure dell’artista, del modello e di chi guarda l’opera. È un lavoro che riflette su quanto gli elementi essenziali dell’operare artistico costituiscano una sola identità. Un po’ come nella Las Meninas di Vélazquez, massima rappresentazione di questo magico circuito chiuso che è il segreto dell’immagine. Nel mio lavoro in generale non c’è una misura del tempo, in fondo mi sento un po’ come una persona che si aggira nel vuoto, però non so rinunciare a descriverlo.

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Espositio, 1994-2016 – Calchi in gesso, basi grigie opache, lastre di plexiglas trasparenti e specchianti

È molto interessante vedere nelle opere di Paolini come il rapporto tra artista e osservatore sia di fondamentale importanza. La mostra può essere considerata come un incontro particolarmente riuscito tra il più concettuale degli artisti dell’arte povera e il raffinato gusto del collezionista Gian Giacomo Poldi Pezzoli. Sappiamo bene infatti che di fronte a un’opera contemporanea particolarmente astrusa e bizzarra, vi sarà sicuramente capitato di pensare: «Be’, questo l’avrei potuto fare anch’io» – «Che cos’è l’arte concettuale? Vera arte o provocazione?» Ecco, visitare Expositio può essere un ottimo modo per rispondere a queste domande.

La ricerca dell’artista genovese, al di là delle etichette e delle classificazioni storico-accademiche, segue dei binari ben precisi ed è frutto di un pensiero strutturato dove niente è lasciato al caso. A Paolini infatti non interessava, e non interessa, ciò che una determinata opera dice, ma ciò che l’arte in quanto arte può dire.

Ecco l’aspetto concettuale: oltre l’impressione che un quadro o un’installazione possono suscitare, lo sguardo viene condotto un po’ più in là, a interrogare l’intero processo che ha portato l’artista a fare alcune scelte piuttosto che altre. Nell’approccio concettuale, ciò che interessa non è tanto il messaggio di un’opera quanto le condizioni sociali, ambientali, esistenziali che ne hanno reso possibile la nascita. Più che di arte, dunque, si potrebbe forse parlare di meta-arte, di una veduta aerea che permette di guardare dall’alto il mondo e il ruolo giocato al suo interno dalle diverse correnti artistiche

Giacomo Dini, Zero

Giulio Paolini
Tre per tre (ognuno è l’altro o nessuno), 1998-1999 – Calchi in gesso, pedane bianche opache

Ad arricchire l’esposizione un video realizzato nel 2005 da Alessandra Populin con interviste agli amici più cari dell’artista, che talvolta appaiono fra le sue opere concettuali. Lavori in continuo dialogo con la storia dell’arte, in cui il gioco della citazione e della copia fa la sua comparsa fin dai suoi esordi negli anni Sessanta.

Insomma una mostra da non perdere per chi non ha mai visitato la preziosa Casa Museo di Via Manzoni, per chi ama l’arte contemporanea e per chi vuole approfondire l’arte concettuale e la poetica di Giulio Paolini. Se andando a vedere la mostra, rimarrete colpiti e felicemente sorpresi dalle opere dell’artista non dimenticate che ad ottobre, il CIMA – Center for Italian Modern art di New York, presenterà una straordinaria mostra in cui dialogheranno il grande artista contemporaneo Giulio Paolini e l’artista metafisico Giorgio De Chirico.

Laura Cometa  per MIfacciodiCultura

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