Ode a Paolo Poli, maestro di comicità e di vita

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Quando ci lascia un grande personaggio di spettacolo dalla statura artistica inarrivabile, scrivere il classico per quanto doveroso articolo «in morte di…», che non sappia di coccodrillo preconfezionato e allo stesso tempo non scada nella retorica stucchevole dell’ode funebre, è sempre difficile. Diventa anche disdicevole e non all’altezza del personaggio stesso quando il personaggio in questione è Paolo Poli.

PAOLO-POLI-1Si farebbe torto alla sua ironia e all’istrionismo elegante del grande attore fiorentino se si scivolasse nella facile piaggeria. Già gli hashtag #RIP e simili, di cui un po’ tutti noi (incluso chi scrive, che condivide con il grande comico la città natale e l’amore per il teatro) ci siamo “macchiati” nell’ormai abituale cordoglio collettivo da social network, probabilmente non sarebbero stati apprezzati da un uomo che ha fatto di un umorismo dissacrante ma sempre garbato il suo marchio di fabbrica e la cifra stilistica di tutta una carriera consacrata alla TV, al cinema ma soprattutto al teatro.

Nato a Firenze il 23 maggio 1929, Paolo Poli è morto lo scorso 25 marzo in un ospedale di Roma dove era ricoverato da un mese a seguito di un ictus. Un segno indelebile nel mondo dello spettacolo del Novecento, un «ben educato e diabolico genio del male […] un lupo in pelli d’agnello» come lo avrebbe definito Natalia Ginzburg. Una definizione che ben si attaglia a un personaggio che è stato tanto un uomo che ha vissuto da bambino gli orrori della guerra e del fascismo, dell’occupazione nazista (e li ha interiorizzati a tal punto da saperli ridicolizzare con la sua innata intelligenza), quanto i suoi mille personaggi en travesti con cui ha messo in scena vizi e virtù del nostro tempo.

Paolo Poli è quello che non ha mai nascosto la propria omosessualità, già nell’Italietta bigotta e cattolicissima degli anni ’50. Che deve così subire lo sdegno delle sorelle (che lui definisce con pungente intento polemico “sorellastre”) in un rapporto di amore-odio quasi di pascoliana memoria. Eppure è anche quello che già nei primi anni Sessanta, forte di un carisma impareggiabile, è protagonista di una trasmissione della RAI (vera longa manu dell’attività di indottrinamento made in Vatican) in cui legge favole per bambini. Roba che oggi farebbe strappare i capelli a tutti gli Adinfolfi, le Miriano e vari postulatori delle teorie del gender del nostro triste panorama “culturale”!

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Con la Carrà nel varietà Milleluci

Paolo Poli è quel personaggio scomodo che ironizza senza pietà sulla Chiesa e abita a 50 metri dagli appartamenti del papa, è quell’attore che non le mai mandate a dire ai suoi colleghi (quello che definisce l’osannato Benigni una maestrina, o che usa le parole «mi ha fatto pena» per definire un titano come Albertazzi riciclatosi in un talent). Ma è anche quello che, nelle vecchie interviste che in quest’occasione sono tornate a pullulare nelle nostre bacheche, snocciolava di quando andava a pranzo a casa di Visconti, Fellini, Zeffirelli senza sensazionalismo, ma con la divertita autenticità di chi ha da sempre guardato alla vita attraverso le sue mille maschere smaglianti, senza mai diventare schiavo di nessuna di queste.

Non è un ossimoro accostare autenticità e maschere nella stessa frase. Nell’epoca della verità a tutti i costi, del “posto ergo sum”, dell’abolizione dei filtri, ci siamo lasciati convincere che la maschera ha la connotazione negativa che gli dava un Pirandello. Ma con Paolo Poli la maschera ritorna ad assumere il suo significato etimologico più ancestrale. Maschera in latino si dice persona e la persona Paolo Poli non è comprensibile se non attraverso il caleidoscopio delle sue maschere.

Un po’ Vanda Osiris, un po’ Arlecchino, fin dai suoi esordi fu apprezzato da capocomici illustri come Tina Pica e Polidor, imponendosi  con una comicità fatta di giochi di parole, atmosfere surreali e grottesche, lustrini e paillettes. Geniale sul palco, ma irriverente e beffardo anche a sipario calato.

1262534284-poli3Sapeva prendere in giro tutto e tutti, sempre, in primo luogo se stesso, con un’eleganza per cui sembrava sempre che ti stesse facendo un complimento, ma in realtà ti derideva golosamente. Sì, ho avuto la fortuna di essere per un breve momento io stesso oggetto dei suoi strali spassosi. Avevo vent’anni e facevo lo stagista al Teatro della Pergola di Firenze dove lui doveva esibirsi in un nuovo spettacolo. Tutti si rivolgevano con timore reverenziale a questo signore anziano, magrissimo e leggiadro, con un perenne sorriso stampato sulla faccia. Io stavo nelle retrovie, silenzioso e il più invisibile possibile. Guardandomi Paolo Poli si rivolge alla responsabile dell’ufficio stampa con cui lavoravo e a gran voce le dice: «avete cambiato la tappezzeria alla Pergola?».  Grandi risate dei presenti e io che davvero divento dello stesso colore dei rivestimenti  bordeaux.

Paolo Poli è colui che poteva parlare di se stesso al femminile senza mai scadere nel ridicolo, ben lungi dalle inconsistenti maniere eccessivamente affettate di una certa parte della comunità gay . Paolo Poli è colui che ha lavorato accanto a Mina, Raffaella Carrà, Sandra Mondaini, Umberto Eco, Palazzeschi, Moravia, che ha ispirato una generazione di performer che a lui deve tutto (dalla sorella Lucia all’aristocratica Drusilla Foer del fiorentino Gianluca Gori, passando per Arturo Brachetti).

Impossibile incasellarlo in categorie precostituite, impossibile irreggimentarlo, Poli è morto come è vissuto: con grazia e leggerezza, se ne è andato con la discrezione di un grande attore che esisteva solo per il teatro e per il suo pubblico.

Leonardo Cesari per MIfacciodiCultura

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