Rivediamo il dubbio amletico: l’attore è o non è?

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Rivediamo il dubbio amletico: l’attore è o non è?

Fino al 22 maggio si tiene il 69esimo Festival di Cannes che come ogni anno fa parlare di sé più per gli outfit che per i film in gara. Nessuno italiano, tra l’altro.

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Luigi Pirandello

Ormai, i premi e i festival cinematografici sono innumerevoli e, sicuramente, il grande schermo può, oggi, sostituire la centralità che aveva una volta il teatro, tanto come luogo di ritrovo che di cultura. Ci sono pellicole per ognuno di noi e per i nostri gusti, e pietre miliari che tutti noi, almeno una volta nella vita, abbiamo visto.

Ci sono poi i film a cui siamo più affezionati, quelli che ci hanno fatto sognare, divertire, ballare o piangere: io, in tutti questi anni, ho sempre sognato di essere la drammatica e capricciosa Rossella O’Hara di Via col Vento. Purtroppo, non ho delle tende così belle da cui ricavare un vestito. Per anni, invece, con le amiche abbiamo litigato su chi fosse Rizzo tra le Pink Ladies del mitico Grease. Inspiegabilmente, nessuna di noi voleva mai essere Sandy.

Il lavoro dell’attore sembra davvero meraviglioso, ai nostri occhi, come un eterno carnevale in cui indossare e interpretare i nostri eroi. Ancora invidio Angelina Jolie per aver interpretato la regina di tenebre, Malefica.

Forse, però, non è sempre oro quel che luccica.

“Manicomio! Manicomio!”, ad esempio, è quello che urlò il pubblico nel 1921 alla fine della messa in scena di Sei personaggi in cerca di autore di Pirandello. Uno dei maestri del teatro italiano, aveva forse commesso un errore?

Effettivamente, si tratta di un’opera teatrale che va fuori dagli schemi: durante le prove de Il giuoco delle parti, altra opera pirandelliana, irrompono sulla scena sei personaggi che cercano qualcuno che racconti la loro storia. Saranno poi gli stessi a raccontare il loro dramma sulla scena. Non hanno nemmeno un nome proprio, ma solo la dicitura della loro parte (La Figlia, Il Padre, è così via). Con questa rappresentazione il Maestro siciliano ha cercato di rompere tutti gli schemi, tutte le teorie e le categorie. Si rappresenta il teatro nel teatro. Molto simile a quanto accade ne I promessi sposi alla prova di Giovanni Testori, o in Stasera si recita a progetto dello stesso Pirandello.

Il messaggio dell’autore è chiaro: non c’è un’identità unica, data una volta per tutte. Nemmeno nella finzione i personaggi che gli attori dovrebbero rappresentare, sanno bene chi sono, non hanno una personalità ben salda. Questo non è un evento che riguarda però solo il mondo teatrale, ma tutti noi. Alla fine, per Pirandello, siamo Uno, Nessuno e Centomila: crediamo di essere Uno, ci specchiamo invece nelle Centomila immagini di noi che ci ridanno gli altri, e finiamo con capire che siamo Nessuno. Passando per gli altri, cadiamo in una totale alienazione, in cui non sappiamo più chi siamo davvero.

maschereLa vedeva così anche Sigmund Freud, padre della psicoanalisi. La nostra coscienza è irrimediabilmente divisa. C’è una parte di noi che non conosceremo mai, che cerchiamo di seppellire e che spesso non vogliamo ascoltare. C’è poi una fetta di noi che si scontra continuamente con la nostra parte conscia e con quella voce che cerca di imporsi su quello che siamo realmente costringendoci nelle forme precostituite della società. Di nuovo, siamo eternamente divisi e destinati a non poter comunicare mai chi siamo davvero. La nostra vera essenza, il nostro puro io, non si manifesterà mai (se non nei sogni, nei lapsus e nell’ipnosi).

Se già il nostro Io è cosi irrimediabilmente diviso, come può l’attore rimanere chi è davvero, interpretando ogni sera qualcun altro? Secondo il metodo Stanislavkij, chi recita dovrebbe arrivare a un punto tale di immedesimazione da vivere, nella finzione, la vita del personaggio come se fosse propria. Si tratta proprio di vivere l’esistenza dell’altro, immaginando come si reagirebbe in un certa situazione, nel modo più naturale possibile. Una finzione, certo, ma ai limiti del reale.

Ora, secondo una psicoanalisi a stampo freudiano, sicuramente un attore sarebbe visto come un individuo che tenta di rimuovere qualche trauma, o che sublima le sue pulsioni sessuali nella recitazione, cambiandone il loro naturale sfogo. Un uomo che recita, nella vita, avrebbe sicuramente un problema tra il suo inconscio e quanto riesce ad esprimersi. Recitare sarebbe solo un modo di evitare di pensare ai fallimenti.

D’altra parte, se proviamo a seguire un noto psichiatra, Ludwig Biswanger, il teatro e il cinema potrebbero essere una modalità di vita autentica: quel soggetto ha, come progetto della propria vita, recitare. Sullo schermo o sul palco, si realizza pienamente il suo io. Se ognuno di noi ha un progetto, uno scopo da realizzare, quello di cambiare maschera ogni sera potrebbe solo essere un modo di mostrarsi per come si è veramente, e non nascondersi dietro ad Re Lear o Riccardo III.

Più che una psicosi, una terapia.

Ma si potrebbe ampliare lo sguardo: chi è il terapeuta di chi? Lo spettatore che si immedesima in chi recita, o chi recita che si immedesima in un personaggio? Se l’attore diventa solo chi realizza la propria identità, potrebbe diventare anche un terapeuta: diventando per una sera un agente dei Men in Black o un dubbioso e drammatico principe di Danimarca, esprimiamo indirettamente il nostro inconscio, ricercandoci e riscoprendoci ogni giorno, in un intricato gioco delle parti?

Essere, o non essere, questo è il dilemma (?)

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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