Al Chiostro del Bramante i collezionisti delle “macchie”: i Macchiaioli in mostra

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Al Chiostro del Bramante i collezionisti delle “macchie”: i Macchiaioli in mostra

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Niccolò Cannicci, Le gramignaie al fiume (1896)

Il Chiostro del Bramante, a Roma, accoglie fino al 4 settembre l’esposizione I Macchiaioli. Collezioni svelate, a cura di Francesca Dini, prodotta e organizzata da Dart-Chiostro del Bramante e Arthemisia Group. In mostra vi sono circa 110 opere divise in 9 sezioni, ciascuna contraddistinta dal nome dell’originario collezionista da cui provengono i quadri.

Il termine macchiaioli venne usato per la prima volta nel 1862 sulla Gazzetta del Popolo di Firenze con accezione negativa, data la caratteristica dei pittori così definiti di non tracciare un disegno, ma di dar forma al dipinto attraverso gli accostamenti cromatici. I quadri di questi artisti acquistavano solidità e concretezza grazie al contrasto netto tra macchie di colore, tra zone in luce e zone in ombra. Prediligevano dipingere all’aperto, in modo da studiare gli effetti della luce suoi colori, anche se molte opere famose sono scene d’interni. L’opera è per i macchiaioli una resa pittorica ponderata, frutto di ragionamenti derivanti dall’osservazione del vero: si vede, si ragiona e si dipinge.

Accomunati da ideali politici repubblicani e da una forte passione patriottica, i macchiaioli si incontravano in una saletta del Caffè Michelangelo a Firenze, dove potevano discutere delle loro idee con altri artisti, letterati, intellettuali e mecenati. In pieno spirito Risorgimentale, si fecero portavoce di un desiderio comune ovvero mostrare un’Italia che voleva essere unita e le cui somiglianze, al nord quanto al sud, erano più numerose di quanto si pensasse. Questi artisti, provenienti da diverse regioni d’Italia, amavano dipingere scene di vita comune, vita vera, vissuta, nel quale tutti e in qualsiasi luogo, potessero trovare riscontro.

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Odoardo Borrani, Cucitrici di camicie rosse (1863)

La mostra al Chiostro del Bramante permette non solo di ripercorrere le tappe fondamentali del movimento pittorico della “macchia”, scoprendo opere mai esposte prima d’ora, ma anche di scoprire il mondo dei collezionisti e degli appassionati d’arte. Molti di loro erano amici e benefattori degli stessi pittori, desiderosi di aiutare gli amici e di conservare e tutelare il loro patrimonio artistico; altri erano veri e propri intenditori, che avevano compreso il valore di quelle opere, l’importanza che avrebbero acquisito nella nostra storia nazionale.

Ad aprire il percorso espositivo, troviamo le opere contenute nella collezione di Cristiano Banti, anch’egli pittore, che raccolse soprattutto le opere degli amici in difficoltà finanziaria; in questa prima sala notiamo come l’uso della “macchia” si stia imponendo, intesa come mezzo e strumento per scomporre e ricomporre arditamente le forme, conferendo alla resa della realtà una nuova potenza verista. Banti voleva creare una raccolta che poteva documentare con vigore l’evoluzione dei linguaggi pittorici alle soglie dell’unità italiana soffermandosi sugli esiti delle esperienze macchiaiole.
Troviamo l’opera di Telemaco Signorini Il ponte della Pazienza a Venezia (1856) che suggerisce un sentimento di inquietudine attraverso i contrasti chiaroscurale amplificato dalla presenza delle donne e del bambino che si muovono frettolosi e solitari a Venezia.

La sala successiva è dedicata a Diego Martelli, critico d’arte, letterato e politico; acquistò ben 93 pezzi per testimoniare il valore intellettuale del movimento dei Macchiaioli. La sua quadreria andrà a costituire il nucleo di partenza della Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti.
Nella terza sala troviamo le opere raccolte dallo scultore, pittore e collezionista, Rinaldo Carnielo, la cui passione collezionistica nasceva dalla profonda comprensione delle ragioni formali della ricerca dei macchiaioli, ma anche dai legami di amicizia stretti con la cerchia degli artisti fiorentini, soprattutto con Giovanni Fattori. Di quest’ultimo infatti troviamo l’opera Cavalleggeri in vedetta (1875).

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Fattori Giovanni – L’appello dopo la carica (1895)

La quarta sezione è dedicata all’imprenditore torinese Edoardo Bruno. La sua quadreria raccoglie le grandi tele maremmane di Fattori, accomunate da un forte dinamismo, e le Cucitrici di camicie rosse di Odoardo Borrani, del 1863, in cui si allude al fervore che procede la campagna del 1862 conclusasi miseramente con la battaglia di Aspromonte; viene descritto un salone borghese, ad indicare che anche le classi più elevate desideravano l’unità. La luce che filtra attraverso la tenda si posa limpida sulle donne e sugli oggetti. Per l’artista la donna ha un ruolo fondamentale nella società poiché è lei che educa. Troviamo anche Gramignaie al fiume del 1896 di Niccolò Cannicci, una tavolozza argentea che si accende nei rossi e nei blu delle vesti delle spigolatrici; riflessi giallo dorati muovono le acque del fiume. È un’opera monumentale, con un soggetto anticonvenzionale, infatti sono ritratte donne comuni, intente a lavorare, nella vita di tutti i giorni.

Mario Galli, scultore fiorentino, occupa la quinta sezione della mostra; anche se non aveva i mezzi necessari per essere un grande mecenate, tra le sue mani passarono molte opere e fu un raffinato consiglieri per altri collezionisti. Tra le sue opere la Ciociara del 1881 di Fattori, opera mai esposta pubblicamente fino ad oggi, che ritrae la giovane Amalia Nollemberge amante de pittore

Gustavo Sforni, figlio di una benestante famiglia di imprenditori, dà nome alla sesta sala. Amava molto le opere di Fattori, di cui troviamo Marinaio Livornese (1890): un uomo anziano, calvo, segnato dal tempo, ci scruta con occhi chiari e luccicanti. Tracciato con pennellate chiare ma energiche, esprime una solida e ancestrale forza vitale. Di Fattori colleziona soprattutto i piccoli quadri, le cosiddette Tavolette Fattoriane, (Arno alle Cascine 1865-1870) che riportavano immagini di vita quotidiana. Troviamo anche opere di Oscar Ghiglia: del 1914 è Sforni in veranda che legge, in una posa distesa, intendo a leggere un libro, alludendo alla sua cultura e all’impresa editoriale, la casa editrice SELF che si occupava di arte moderna ed orientale.

Nella settima sala troviamo la collezione di Enrico Checcucci, collezionista dei più intrepidi, raccolse disegni, caricature, lettere. Spicca il quadro Pasture in montagna (1861) di Raffaello Sernesi (in seguito acquistato dal maestro Arturo Toscanini); perno è la pastorella che incede lenta nell’ora meridiana, la luce crea ombre corte e serrate che esaltano la limpidezza cristallina dell’atmosfera.

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Cristiano Banti, Ritratto di Alaide Banti in giardino (1875)

L’ottava sala richiama Camillo Giussani figura poliedrica umanista giurista e sportivo amante della montagna. Si appassionò alla pittura di De Nittis, prediligendo la raffigurazione di paesaggi innevati, come Campo di neve del 1880. Di stampo più impressionista è Federico Zandomeneghi, di cui ammiriamo Il Giubbetto Rosso del 1895: si gioca sul tema della seduzione femminile. In piedi di fronte ad uno specchio di cui appena si percepisce la presenza, una giovane donna si sistema il giubbetto prima di uscire. L’enfasi è tutta nel protagonismo cromatico carminio della veste, la cui morbida consistenza di velluto è restituita con sensualità. Da ricordare anche L’analfabeta del 1869 di Borrani, la sua è una pittura d’interni che si rifà alla pittura fiamminga di Vermeer. Adotta un disegno morbido, la messa a fuoco esatta dei contorni e dei dettagli, la luce trasversale. Rigoroso impianto disegnativo e resa tersa delle luci.

L’ultima sala è dedicata a Mario Borgiotti, collezionista e massimo divulgatore dell’arte dei macchiaioli. Allestì nel 1946 una mostra in alcune sale della galleria d’arte moderna a Palazzo Pitti dedicata ai Macchiaioli. Fece numerose pubblicazioni su di loro. Grazie a lui è stata recuperata dal mercato inglese un’opera magistrale di Telemaco Signorini, Il ponte vecchio a Firenze del 1878. Dalle vedute urbane, ci si sofferma poi minuziosamente sulle figure delle signore, bambini, mendicanti etc. L’artista riesce a restituire la sensazione di frenetica vitalità della scena di vita moderna. Nell’ora mattutina i piani superiori degli edifici illuminati dal sole si disegnano nitidi e fanno da contrappunto alle botteghe antiche che si susseguono. Uno scenario compositivo e prospettivo che insieme alla esasperata resa delle figure nella loro caratterizzazione sociale, conferisce all’immagine un senso di immediatezza e visione fugace.

Gaia Del Riccio per MIfacciodiCultura

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