I Grandi Classici – “Uno, nessuno e centomila”, il capolavoro di Pirandello

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Tra selfie ed Instagram, profili Facebook e Twitter, e temibili youtubate (e quant’altro), nessun’altra epoca ha avuto maggior possibilità per l’individuo di mostrare al mondo la propria esistenza e la propria essenza, foss’anche per il classico quarto d’ora di fama. E di potersi rivedere all’infinito: da uno scatto rubato in discoteca, ad un concerto, da una telecamera di sorveglianza, ad un fermo immagine. Oppure, visto che sappiamo che potenzialmente possiamo essere  immortalati (termine dall’etimologia particolarmente significativa) in ogni istante, forse non siamo mai realmente noi stessi? Per quanto sia sufficiente, per definire un’opera d’arte, che l’oggetto dell’artista travalichi il qui-ed-ora per assumere un valore universale, capita rarissime volte che anche a distanza di decine d’anni l’opera sia letteralmente attualeUno, nessuno e centomila è esattamente questo: un testo (difficile definirlo secondo i termini consueti della letteratura, per quanto romanzo sia quello che più si avvicina) che è contemporaneamente universale e attuale. Uscito in volume nel 1926, lo stesso Pirandello lo definì il «romanzo della scomposizione della personalità» ed in effetti tutto ruota alla vaporizzazione della personalità del protagonista, in un turbine di ragionamento in cui la trama, per quanto calibrata su una serie di rimandi e costruzioni (più lessicali che di intreccio), ruota intorno alla perdita di una – fittizia – identità individuale.

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Come è noto, il romanzo, pubblicato 90 anni fa, inizia con un’inezia: la moglie del protagonista fa notare al marito, Vitangelo Moscarda, che il suo naso pende leggermente da una parte, cosa di cui lui non si era mai accorto. In sostanza, qui termina la parte “normale” della trama ed inizia una serie di ragionamenti che lambiscono tangenzialmente il flusso di coscienza, senza mai centrarlo perché come in altre opere pirandelliane lo stile è quello del finto-dialogo. Ed il ragionamento, a cui i pochi avvenimenti fattuali fanno solo da dimostrazione, punta alla dimostrazione del fatto che l’Io così come noi lo percepiamo per noi stessi, non esiste, che “NOI” non siamo unitari ed univoci ma ci sono tanti NOI quante sono le persone con cui entriamo in interazione e che quindi noi stessi siamo inconoscibili, per gli altri e per noi. La realtà si disgrega.

Dopo i primi due capitoletti del Libro Primo, Uno, nessuno e centomila diventa un libro assolutamente non consigliabile agli analfabeti funzionali, se non altro per la loro incapacità di astrazione, ma certo, se siete degli analfabeti funzionali non lo potete sapere e quindi questo avvertimento è inutile. Summa teologica del lavoro e della ricerca pirandelliana, il lettore altresì attento noterà un parallelismo con La Coscienza di Zeno di Svevo, pressoché contemporaneo, e ritroverà i fondamenti della visione pirandelliana sull’umorismo, per quanto in un’ottica attualizzante l’umorismo (contrapposto al comico) di Pirandello oggi si trasformerebbe in ridicolo/farsa.

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Uno, nessuno e centomila

L’andamento narrativo, seguendo un abortito flusso di coscienza (ma molto lontano da Joyce), non può che essere slegato e disarmonico: il tono è verboso, sentenzioso, e nell’argomentazione raziocinante è teso a dimostrare e convincere: anche in senso politico, visto che tra gli oggetti attori/oggetti della disgregazione ci sono anche pressoché tutte le istituzioni – matrimonio, chiesa, banca, famiglia, denaro.
Il recupero è possibile solo tramite una totale spoliazione: in un vagheggiamento di annullamento che Riccardo Cocciante sintetizzerà mirabilmente in Cervo a Primavera e che molte religioni e pseudotali teorizzano, ossia la liberazione dal sé in un continuo avvicinamento ad un ciclo naturale delle cose: «muoio ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori», si conclude il romanzo (ma molto prima dice «ah, non aver più coscienza d’essere, come una pietra, come una pianta!»).

Ma la conclusione sa tanto di rifugio alternativo al suicidio, quel “rimanere via” che si identifica con la follia che tanta parte ha nell’opera di Pirandello: d’altronde, che cosa fa Vitangelo Moscarda, se non scrutare dentro l’abisso nietzschiano e venirne scrutato a sua volta?
Il legame più importante viene a valle di questo ragionamento/flusso, una parola appena, ma che difficilmente può non evocare il colonnello Kurtz (il protagonista di Cuore di tenebra): «He had summed up – he had judged. “The horror!”».

L’orrore.

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L’orrore del colonnello Kurtz

Anche Moscarda usa orrore, per ben due volte: «due estranei stretti così – orrore – estranei non solo l’uno per l’altra, ma ciascuno a sé stesso»; «sapevo, sapevo la mia solitudine; ma soltanto ora ne sentivo e toccavo veramente l’orrore». Kurtz e Moscarda, due aspetti di una sola visione che porta all’orrore del vivere.
Il problema, in fondo, non è scrutare dentro l’abisso: come dice Fossati, «difficile non è partire contro la corrente, ma salire nel cielo e non trovarci niente». Allora, e solo allora, si spalancano l’abisso e l’orrore.

Un orrore che è, per Conrad come per Pirandello, un horror vacui: se non c’è l’Io, cosa rimane? Potremmo continuare a chiedercelo, perché Uno, nessuno e centomila è stato scritto ieri: ma noi, epigoni del rinascimento e dell’Età dei Lumi, che stiamo come piante o pietre vivendo l’Età del Selfie, siamo forse in grado di scrutare dentro noi stessi? E poi, non siamo forse più felici, così disfunzionali?

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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