“End”: si chiude la trilogia dublinese del fotografo Eamonn Doyle

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End: si chiude la trilogia dublinese del fotografo Eamonn Doyle

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Eamonn Doyle

Eamonn Doyle è un artista 48enne di Dublino con alle spalle un lungo passato nell’ambiente musicale, ma che ormai da 8 anni ha deciso di dedicarsi al suo grande amore: la fotografia.

Nel 2014 ha pubblicato il libro fotografico I (del quale Artspecialday ne aveva parlato), definito come “uno dei migliori libri fotografici del decennio” il cui titolo si rifà all’opera Non io di Beckett, che ritraeva la gente di Dublino, in particolare anziani, che più avevano colpito Doyle: i soggetti, immortalati in modo che non si vedesse il volto, si muovevano sulla strada come se questa fosse un grandissimo palcoscenico e grande importanza aveva l’attesa. Nel 2015 è uscito il sequel di I, ovvero un libro fotografico intitolato On, e in questi giorni a conclusione di una trilogia, è stato pubblicato End, in concomitanza con due importanti mostre vedranno coinvolto il fotografo irlandese, una a Londra ed una ad Arles.

13211129_10153447119291945_1033344066_o (1)Le fotografie di I segnano il mio ritorno alla fotografia dopo una lunga pausa. In quel periodo stavo riscoprendo l’opera di Samuel Beckett, in particolare la trilogia che comprende i romanzi Molloy, Malone muore e L’innominabile. Ho cominciato così ad essere attirato da un certo tipo di figure solitarie “beckettiane” che vedevo per le strade di Dublino e che mi sembrava calpestassero lo stesso terreno giorno dopo giorno. Memore delle parole di Wittgenstein nella prefazione al Tractatus, «ciò di cui non si può parlare, si deve tacere», mi chiedevo come avrei potuto affrontare il fotografare queste persone che erano, e che in fondo restano, dei totali estranei per me. La domanda allora è diventata: è possibile scattare delle fotografie di queste persone in modo tale da onorare la loro essenziale (ed anche esistenziale) distanza da me? È possibile fotografarli in un modo che dica «io non voglio venire a conoscenza di queste persone fotografandole, ma voglio che venga fuori qualcosa nel tentativo di fotografarle, anche mancato»? Questa tensione tra il tentativo, e il successivo fallimento, di acquisire conoscenze e ciò che succede nell’atto di tentare è qualcosa che mi interessa molto, ed è una contraddizione con la quale molti dei personaggi di Beckett sembrano familiari.

13199234_10153447119311945_354705350_o (1)Questo è quanto dichiarò due anni or sono Eamonn Doyle, spiegandoci e fornendoci un interessante punto di vista diverso sul suo lavoro. Egli ha voluto immortalare il “rumore di fondo” delle strade d’Irlanda, ma che potrebbero essere le strade di qualsiasi parte del mondo, dove camminiamo concentrandoci sul nostro percorso e non soffermandoci sulle persone che ci circondano, irriconoscibili e senza volto. Ma nel non voler rappresentare le facce di queste persone, il fotografo non ha voluto raccontare l’estraneità, il menefreghismo e la solitudine del contemporaneo, bensì offrire uno sguardo diverso sulle persone, indagando un tecnica fotografica diversa da quella tradizionale che trova compimento principalmente nell’espressività dei volti, oltre che portare loro rispetto in quanto estranei, proteggendo la loro identità.

L’anno scorso il percorso di Doyle è proseguito con On, sempre incentrato sulla street photography: questa volta i ritratti in bianco e nero sono stati principalmente scattati tra la Parnell Street e la O’Connell Street, teatro di resistenza e protesta da parte del popolo irlandese. Il titolo si rifà dunque alla tenacia di chi porta avanti la propria lotta esistenziale ed ecco che fa di nuovo capolino Samuel Beckett, stavolta con il suo L’innominabile: «You must go on, I can’t go on, I’ll go on».
La figure in On sono più dinamiche e tese, si dimenano e contrastano la rappresentazione trasmettendo un’energia particolare, frutto di un moto dell’anima. L’identità e l’interiorità sono ancora una volta protette: mentre in I il dramma esistenziale era personale, stavolta è collettivo. I soggetti spiccano e si stagliano sullo sfondo architettonico che non più li appiattisce ma li risalta.

red-straw-2 (1)E poi arriviamo ad End, fine, ultima fatica del nostro, a conclusione della trilogia: gli scatti di Doyle sono stavolta intervallati dalle illustrazioni di Niall Sweeney e dai lavori audio di David Donohue, e l’ambientazione è ancora una volta la parte nord della capitale irlandese.
Dopo l’introspezione e il dramma personale, dopo la lotta e la rabbia dei dubliners, l’ultimo capitolo racconta un altro aspetto ancora, che dimostra come i due precedenti coesistano in armonia in una città piena di contraddizioni: il consumismo urbano, gli oggetti, gli acquisti, la pubblicità, lo spreco, il consumo veloce e spensierato. In End non è più l’umano il protagonista ma la cosa. Questo libro fotografico non è dunque solo la chiusura di una trilogia, ma è la conclusione di una vera e propria tesi sugli aspetti più curiosi, nascosti, scontati, insoliti e affascinanti di una grande città quale può essere una capitale europea, in questi caso fortemente segnata da un passato doloroso e complicato.

Carlotta Tosoni per MIfacciodiCultura

Eamonn Doyle – End series. Courtesy of the Michael Hopppen Gallery

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