Zerocalcare: fumetto è partecipazione

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Il fumettista romano Michele Rech, classe 1983, noto ai più come Zerocalcare, ha intrapreso la strada della graphic novel politica ormai da un anno e mezzo, quando pubblicò per Internazionale un reportage di sessanta pagine su Kobane (città simbolo della durissima resistenza curda nella regione del Rojava contro lo Stato Islamico) e Kurdistan. Ad aprile 2016 il suo progetto si fa ancora più ambizioso e complesso: unisce il servizio già realizzato a duecento pagine inedite come testimonianza dei viaggi in Siria, Iran e Turchia, visitate in prima persona insieme a Rojava Calling (coordinamento di associazioni e centri sociali a sostegno dei curdi, della loro religione e cultura autonoma in Siria). Il risultato è la pubblicazione di Kobane Calling, un volume unico con più di trecento vignette edito da Bao Publishing.

2016-05-04-19-33-41--1359287951L’eco ricorda London Calling dei Clash, tanto che in quanto a tragicità della questione non ci si allontana di molto: il gruppo musicale inglese nel testo fa riferimento all’incidente nucleare di Three Mile Island. Le prime note sono chiare, «Londra sta chiamando le città lontane, ora che la guerra è dichiarata e la battaglia è arrivata»: parlando del Medio Oriente, invece, purtroppo l’inizio è stato superato da un bel pezzo.

Ciò che Zerocalcare rigetta sulla carta grazie alle sue emblematiche vignette è il dramma osservato coi propri occhi ed elaborato con la propria mente delle popolazioni bloccate in lembi di terra lacerati dalla guerra. La sua tintura vuole essere sincera, d’altronde non potrebbe non esserlo, verrebbe da dire. Perché, altrimenti, speculare sul male storico? Il fumettista cerca di coniugare e di conciliare le mille voci ascoltate e percepite in tutta la fase di produzione dell’opera, dalla progettazione del viaggio alla vera e propria pubblicazione, il cui obiettivo è solo uno: la necessità di comunicare nel modo più veloce, efficiente ed efficace possibile e al contempo di trasmettere emotivamente e intimamente l’esperienza vissuta.

Probabilmente davanti a mostruosità (dis)umane come le vicende belliche, gli sguardi si sdoppiano: da un lato si cerca di essere obiettivi, severi e distaccati dalla questione, dall’altro lato emerge la sensibilità tipica di ognuno nel giudicare i fatti. È come far sì che la parte peggiore e migliore di sé vadano d’accordo.

FB_IMG_1462466609294Zerocalcare ci racconta a parole e attraverso le immagini che non si può rimanere indifferenti davanti a una donna di origine curda, oppressa e affaticata dalla violenza, che imbraccia le armi per difendersi, assumendo così un ruolo attivo nella lotta alla resistenza. Nonostante questi gesti, è indubbia la loro umanità, è inevitabile il carico di dolore che portano sulle spalle e dentro al cuore: vivere la propria femminilità e la propria maternità in un paese di guerra è pressoché impossibile e disumano, per noi occidentali praticamente inimmaginabile.

Forse è proprio questa la modalità migliore per elaborare i drammi sociali, far sì che così diventino anche, e soprattutto umani. D’altronde la Storia ci mette di fronte le malignità peggiori, quello che non vorremmo, nella maggior parte dei casi, mai vedere né sentire nella nostra vita. Ma sistematicamente avviene il contrario. Ecco perché il mondo dell’arte è chiamato a rispondere, a non rimanere inerme e inerte. Zerocalcare ha dimostrato che qualcosa si può fare, anche se ciò è lungi da cambiare le cose: la verità sta nella via di mezzo, nel migliorare o nell’aver migliorato anche soltanto un pezzettino di mondo.

Che non si dica che questo sia solo astratto, poiché basta pensare a tutti i fenomeni letterari e artistici della Storia che hanno lasciato la loro impronta in relazione agli eventi.

Questo è uno degli aspetti del fare arte: essere partecipi del dramma, del tragico fatto storico e socioculturale. Perché Cultura è analisi, critica dell’ingiustizia come esaltazione della gioia. È partecipazione.

Francesca Bertuglia per MIfacciodiCultura

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