Checco Zalone, uno di noi. O quasi: agiografia di un botteghino annunciato

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Contano solo i soldi.

Lo sappiamo da sempre, in fondo: denaro è sinonimo di bellezza, sesso, atleticità, seduzione, fascino, successo, intelligenza, savoir faire, umorismo, potere, intelligenza e talento. Danny de Vito è alto 1 metro e 88, Berlusconi è giovane e ipertricotico, Donald Trump ha modi oxfordiani: provate a negare il contrario.

9788865060636_0_500_0_75Altro non c’è.

Finora, la dimostrazione pratica migliore a cui riuscivo a pensare era che Lapo Elkann è unanimemente e per acclamazione riconosciuto l’uomo più elegante d’Europa, un concetto sul quale non riesco nemmeno a fare delle battute. Adesso, non è che Lapo sia scalzabile dalla sua esemplarità, però abbiamo una nuova pietra di paragone.

La notizia è che Gianni Canova, critico cinematografico, giornalista, scrittore, saggista e accademico (insegna un sacco di roba presso lo IULM di Milano) ha dedicato un libro a Checco Zalone: Quo chi? – di cosa ridiamo quando ridiamo di Checco Zalone (Sagoma editore, pp. 140). Il libro teorizza un concetto ben preciso: Zalone è un grande del cinema italiano, una maschera comica paragonabile a Fantozzi per gli anni ’70 e Totò per i ’50 – presumiamo che nel volume ci sia uno spazio per un paragone anche con Alberto Sordi: almeno, se Sordi è all’altezza di Zalone, beninteso. E come tutte le maschere comiche di tale spessore, Zalone ci apre una finestra rivelatrice sulla nostra irredimibile stupidità, potente catarsi che ci assolve dai vizi italici attraverso un triade di fattori comici: linguaggio da semianalfabeta (ad essere generosi), una sorta di body language no-fit  e infine una serie di fraintendimenti situazionali.

giannicanovaCon questi elementi, accuratamente bilanciati (scopriamo con angoscia che i prodotti di Zalone richiedono due anni di lavorazione tra comico e regista, Gennaro Nunziante, sempre quello. Canova poi vede nella summa teologica del corpus zaloniano un ribaltamento prospettico, con lo spettatore che è oggetto della visione dell’attore, che guardandoci di fa guardare e viceversa, in una invenzione molto Cahiers du Cinéma.

Strappo nella tela e ribaltamento prospettico a parte (il lavoro è lavoro), vien fatto di chiedersi se Canova veda anche dell’originalità nel lavoro di Zalone: linguaggio scurrile-analfabetico, corporeità gesticolante e commedia degli equivoci sono profondamente connaturati nel DNA del comico italiano, e quella di Zalone è solo una declinazione diversa per accento. Noi, nel nostro piccolissimo, non vogliamo disturbare la sacra trimurti Totò-Sordi-Villaggio, che ci pare irriverente: il fatto è che troviamo di maggior spessore nell’ambito della commedia il trio Aldo, Giovanni e Giacomo, o Leonardo Pieraccioni; e Carlo Verdone, ce lo vogliamo dimenticare? Ah, e Renato Pozzetto? Per tutti costoro, si usa spendere sempre lo stesso concetto: ci fanno un po’ di luce nulla nostra natura italica, ci dicono qualcosina-ina-ina del contesto storico in cui viviamo (cosa che suvvìa, ammettiamolo, accade quasi sempre a meno di guardare Cannibal Holocaust o Guinea Pig). Guarda un po’, tra critici ed industria dell’home enterteinment si sono sdoganati, negli anni, Banfi, Cannavale e Bombolo, Christian de Sica, Boldi, Franco e Ciccio, Renzo Montagnani (e Celentano?) nonché Edvige Fenech, tutti senza eccezioni geni della commedia e specchio dell’Italia.

totòNon ce ne vogliate, ma di identificarci in un analfabeta funzionale, dalla gestualità di un bonobo e totalmente incapace di decodificare una situazione di vita comune, non abbiamo intenzione: al contrario, non potevamo non identificarci nel Vigile di Sordi, nel professor Guido Terzilli, nel ragionier Ugo o nel terrificante geometra Calboni (per Villaggio dovremmo spendere più di una parola per sul senso del grottesco), personaggi tangibili nel quotidiano al contrario del sempre caricaturale Checco. Oltre tutto, la tendenza al dialetto e la fortissima contestualizzazione dei film di Zalone sono verosimilmente fortissimi limiti per i quali le sue commedie funzionano hic et nunc (come molte di quelle evocate sopra come esempi a discarico, invero), ma non possono essere né esportate né trovare longevità, al contrario di Totò-Sordi-Villaggio.

fantozzicalbonifiliniCaliamo un velo sulla distinzione tra comico e umoristico (non possiamo tirare in ballo Pirandello), dato che non vogliamo maramaldeggiare e oltretutto dovremmo iniziare a citare pellicole di ben altro spessore: e lungi da noi lo snobismo di voler fare impietosi paragoni con altri libri di cinema, che so?, Il Cinema Secondo Hitchcock di Truffaut? A livello divulgativo, evocare i “Castori Cinema”?  Non ci pare il caso: Canova ha scritto La visione dell’invisibile. Saggi e materiali su Le città invisibili di Italo Calvino; Spazio e architettura nel cinema italiano; L’occhio che ride – Commedia e anti-commedia nel cinema italiano contemporaneo; Nirvana-Sulle tracce del cinema di Gabriele Salvatores: l’agiografia di Checco Zalone è, in fondo, accettabile, anche perché Checco Zalone è davvero bravo, ché interpretare un deficiente con tanta credibilità richiede una notevole dose di capacità attoriale e cura del testo (ma la cura, anche per due anni, non è di per sé una garanzia di qualità). Soltanto, cerchiamo di essere onesti almeno tra di noi: anche ammettendo che Zalone abbia, e lo ha fatto, riportato le ggente nelle sale cinematografiche, l’occuparsi di lui è una questione di incassi.

Pecunia non olet, money talks.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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