XVII edizione di “Restituzioni”: il restauro e le sue pratiche in mostra

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Quale raccolta museale di Milano poteva proporre una mostra di opere in tutto e per tutto disparate accomunate dal fatto di essere state restaurate, se non le Gallerie d’Italia? Il “deposito d’arte” milanese per eccellenza degli ultimi anni si mostra in Restituzioni – Tesori d’arte restaurati. Un ensemble di opere di grandi artisti ripulite o restaurate da squadre di professionisti saranno esposte al pubblico fino al 17 luglio.

restituzioniSi tratta di capolavori di Rubens, Caravaggio e tanti altri: gli scettici si chiederanno «ma quanto davvero si possono considerare capolavori?», se esposti tutti insieme, senza un filo di ricerca storica mostrato o comunque lasciato in evidenza? È una vera e propria “mostra a spot”, dove non conta tanto il perché ma il come. Come un oggetto di 400, 500 anni fa è stato rimaneggiato, curato, recuperato.

Di restauro si potrebbe parlare a lungo imbastendo discorsi inerenti alle motivazioni di queste operazioni, la ragione della scelta di queste opere, selezionate dall’ente che cura il progetto (Intesa San Paolo), e in parte dal team scientifico che coordina il tutto. Quello che è certo è che il programma di Restituzioni prevede una cadenza biennale. Altro aspetto: le opere vengono pescate da un immenso calderone grazie alle Soprintendenze italiane che individuano pezzi maggiormente bisognosi e li segnalano. In tutto ciò si perde parte del discorso restituivo e rimane solo l’azione pratica del restauro che si può sbizzarrire, data la molteplicità di manufatti sottoposti a tale trattamento, nello sperimentare tecniche e risolvere case-study totalmente differenti di volta in volta.

restituzioni1In questo senso il perché si associa con una buona finalità al come: si mette in evidenza il lato operativo che l’opera o reperto subisce e che si associa, forse talvolta erroneamente, ad un atto necessario, dovuto e “misericordioso” quasi, nei confronti dell’opera d’arte. Spesso però è un messaggio più mediatico che realistico perché è chiaro e semplice, univoco per tutte le opere, il che è fuorviante perché ogni quadro, scultura o bassorilievo ha una sua precisa storia di degrado e di cambiamento nel tempo. Non è detto che ciò di cui l’opera abbia bisogno per mantenersi più a lungo possibile simile a quando venne realizzata sia per forza questo o quell’intervento di restauro.
Ci sono poi le tanto semplici quanto poco invasive operazioni di pulitura, che anche nella loro apparente banalità sono comunque attività che incidono sui materiali, sui pigmenti, e ne decidono la vita dei successivi anni.

È dunque la mostra della cura per l’arte, una cura attivata in maniera massiva per una gran quantità di lavori, che si dimostra tanto accurata nella sua promozione quanto vaga (almeno di facciata) nel fornire i dettagli, in questo caso doverosi, dei perché un po’ più analitici di queste restituzioni. Si scava poco a fondo, si privilegia il godimento degli occhi.

Gaia Boldorini per MIfacciodiCultura

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