La Biennale Donna di Ferrara rompe il muro del “Silencio”

0 735
Ana Mendieta, Untitled (Volcano Series #2), 1979-1999
Ana Mendieta, Untitled (Volcano Series #2), 1979-1999

Ritorna al Padiglione d’Arte Contemporanea di Ferrara Biennale Donna (17 aprile – 12 giugno 2016), il momento espositivo che mette in risalto l’arte al femminile e la voce delle sue protagoniste, troppo spesso eclissate dalla storia dell’arte stessa, con la collettiva Silencio Vivo. Artiste dall’America Latina a cura di Lola G. Bonora e Silvia Cirelli.

Anna Maria Maiolino (Italia – Brasile, 1942), Teresa Margolles (Messico, 1963), Ana Mendieta (Cuba 1948 – Stati Uniti 1985) e Amalia Pica (Argentina, 1978) sono le artiste protagoniste di questa Biennale. Donne forti con una vita intensa, quella vita che ha generato e contaminato la loro arte, dando alla luce potenti performance e narrazioni coinvolgenti, mostrando, con quell’eleganza che solo le donne hanno, le aspre tematiche ancora oggi attuali, dell’esperienza della dittatura, la mancata libertà di espressione, l’immigrazione, la violenza, il difficile rapporto tra l’affermazione dell’individuo e la sopraffazione della società e soprattutto l’esperienza di essere donna in una società governata da uomini.
L’attualità di questi temi ancora oggi così evidente, delinea la singolarità di una società che resta in silenzio o che è costretta a restare in silenzio di fronte alla violenza e alla repressione, ed è proprio dietro questo silenzio che le artiste agiscono per far fuoriuscire la vita, per denunciare, palesare le contraddizioni, per dare una voce a chi è stato dimenticato.

Anna Maria Maiolino - entrevidas(between-lives)-from-photopoemaction-series
Anna Maria Maiolino – Entrevidas (Between Lives)

È la stessa Silvia Cirelli a guidare il pubblico in questo percorso, che si apre al visitatore con l’energia delle performance di Ana Mendieta, con alcune delle sue Siluetas, in un dialogo tra il corpo dell’artista e gli elementi naturali, sino a raggiungere le potenti azioni performative fatte con il sangue, tracce vermiglie sulla parete in Untitled (Body Tracks) che danno l’idea di un rituale appena consumato coniando l’esoterismo e il mistico alla denuncia della violenza.

Dal lato opposto della sala, posta di fronte alla Mendieta, quasi in un dialogo in botta e risposta, si trovano le performance di Anna Maria Maiolino, che ha vissuto l’oppressione della dittatura, esperienza che contamina la sua arte con azioni di chiara matrice politica, per esortare lo spettatore a riflettere sul silenzio che tali regimi impongono e sull’ostacolo alla libera espressione che collima nell’autocensura come in É o que Sobra (What is Left). Sua è l’opera posta a manifesto della mostra: Entrevidas (Between Lives), una metafora del potere come spiega Silvia Cirelli:

I piedi della Maiolino, come le orme del potere, camminano su questo tappeto di uova, simbolo della vita, cercando di non schiacciarle, ma se anche vengono calpestate, i piedi vanno avanti.

Anna Maria Maiolino - É o que Sobra (What is Left)
Anna Maria Maiolino – É o que Sobra (What is Left)

Il racconto dei drammi e della violenza toccano l’apice con Teresa Margolles, la quale presente in mostra, narra il suo lavoro con le tracce che la violenza del crimine organizzato lascia nella sua comunità, in Messico, in un lavoro di documentazione della verità, ricordando i volti dimenticati dalla società soprattutto le tante ragazze rapite e uccise che ricorda con un’opera esclusiva per Biennale Donna dal titolo Pesquisas (Ricerca). «Ciò avviene perché c’è un grande disprezzo per la donna» spiega Margolles. Una delle sue installazioni più evocative presenti in mostra è sicuramente Aire: in una stanza vuota, scura, la luce illumina solo due climatizzatori, la didascalia riporta il contenuto dell’installazione, ovvero due umidificatori riempiti con l’acqua proveniente dagli obitori di Città del Messico, utilizzata prima dell’autopsia per lavare i cadaveri delle persone assassinate.

Teresa Margolles - Aire, 2003
Teresa Margolles – Aire, 2003

La drammaticità delle opere di Margolles va quasi a scontrarsi con la giocosità dell’ultima artista in mostra, Amalia Pica, giovane protagonista della scena latina, racconta al pubblico della mostra la sua sperimentazione centrata sulla comunicazione, da un lato momento di interazione dall’altro strumento di propaganda e coercizione. Pica gioca con le sue installazioni, creando un momento di dialogo tra i visitatori, portando così a chiudere la mostra con il video della sua performance On Education, chiaro esempio di stravolgimento delle convenzioni popolari.

Una mostra dai sapori aspri e forti, realizzata per coinvolgere l’individuo, è l’occasione per ascoltare il silenzio vivo delle artiste, entrare nel cuore dei drammi che ancora si perpetrano nel mondo, comprendere la vita con l’occhio delle donne.

Sara Govoni per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.