Imran Qureshi: terra di sangue, terra di fiori

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Opening word of this new scripture, 2013Nel 2013 il terrazzo del Metropolitan Museum of Art di New York si è tinto di rosso. È stato uno spargimento di sangue artistico, di acrilico scarlatto guidato dalla mano sapiente di Imran Qureshi, miniaturista nato nel 1972 in Pakistan.
Le persone sul Roof Garden inizialmente esitavano a calpestare le piastrelle, come fosse un sacrilegio camminare su una patina che imitava il colore del sangue. Ma in fondo era solo arte, uno strato di colore sul cemento.
L’arte può permettersi di essere sfrontata, è un suo privilegio. Chi si trovava su quel terrazzo aveva la facoltà di scendere e tornare in strada oppure studiare da vicino quelle pozze sotto ai propri piedi, rendendosi conto che da quel sangue nascevano i fiori.

Imran Qureshi si è formato come artista nella terra che gli ha dato la vita e dove in tanti la perdono andando al lavoro, a comprare il pane, a portare i bambini a scuola. Qureshi è nato e vive ancora in Pakistan, a Lahore, dove si tenta di avere una vita normale nonostante il terrore delle stragi e degli attentati.

Era persuaso che la sua indole non potesse incontrare la tradizione e la disciplina severa della scuola d’arte rincarava questa convinzione. Bisognava togliersi le scarpe prima di entrare nel laboratorio, sedersi per ore a gambe incrociate, trattenere il fiato mentre si dipingeva: solo dopo aver appreso la disciplina e aver affinato la tecnica ci si poteva permettere di infrangere la tradizione. Qureshi ora insegna in quella scuola, espone la sua arte in Occidente, nel 2013 è stato eletto artista dell’anno dalla fondazione Deutsche Bank esponendo al MACRO di Roma.

Mostra in corso alla Barbican di LondraUno dei colori nobili della tradizione miniaturistica Moghul è il rosso cinabro, una tonalità che Qureshi ha trasposto nella contemporaneità continuando a realizzare miniature. La svolta è stata l’eliminazione, almeno in parte, della figura, elemento cardine della tradizione ereditata dalla cultura persiana. L’obiettivo non era rinnegare la storia e la cultura della sua terra, ma usare le tecniche antiche con i linguaggi moderni e le tematiche attuali e farsi tramite di due culture i cui animi, al di là delle diversità, si uniscono in un dolore che ci accomuna tutti.

 Si ritrae nella posizione imposta dalla disciplina, in una stanza senza soffitto, dipinge fiori nelle pozze di sangue. E sorride. In quella pozza non si riflette il suo volto, ma vi fiorisce la speranza. I muri sono d’oro e la ricchezza non protegge e non isola: la vegetazione, la vita, si arrampica su di essi.

A New York le persone hanno fatto lo stesso, sono giunte in cima al MOMA in una stanza senza soffitto e hanno riso e scherzato tra loro camminando sui fiori dipinti col sangue, vedendo il loro riflesso in quel germe di speranza, si spera. Se ci si ritrova in quel fiorire si guarda il mondo con occhi nuovi, si spera.

Si spera, perché camminando per strada immersi nei propri pensieri, nei propri impegni, nei propri progetti, non si dovrebbe vivere con la paura che qualcuno ti rubi il portafoglio, ti insulti o ti stupri, che qualcuno si faccia saltare per aria o si metta a sparare sulla folla.

Quando questo succede le strade si svuotano e poi si ripopolano di uomini e donne che su quel sangue lavato via alla fine ci devono camminare di nuovo. Il titolo dato al terrazzo del MOMA era And how many rains must fall before the stains are washed clean.

Penso che Imran Qureshi con la sua arte stia dando il suo piccolo contributo.

Imran Qureshi con Where the Shadows are so Deep è in mostra fino al 10 luglio alla Barbican Art Gallery di Londra.

Annalisa La Porta per MIfacciodiCultura

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