Ulay, l’arte pura e senza concessioni

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Frank Uwe Laysiepen, conosciuto dal mondo come Ulay, è tornato ad esibirsi e lo ha fatto a Ginevra, nello stesso luogo dove trentanove anni fa lui e Marina Abramović avevano realizzato la celebre performance Balance Proof, che aveva fatto a lungo parlare di loro.

Ulay e marina Abramovic, Balance Proof
Ulay e Marina Abramović, Balance Proof

L’artista tedesco torna oggi al Musée d’art et de histoire (MAH) in occasione del ventesimo anniversario di Art for The World, organizzazione non governativa impegnata a mobilitare l’arte contemporanea in tutte le sue forme, legandola a tematiche centrali della nostra società. Invisible Opponent: questo il nome della nuova performance realizzata da Ulay su diretto invito di Adelina von Furstenberg, curatrice dell’evento.

Alla vigilia della performance, il 4 aprile, è stato presentato nell’auditorium del MAH il suo film documentario Performing Life. Quando nel 2011 gli era stato diagnosticato il cancro, Ulay aveva deciso di trasformare il film sul quale stava lavorando in un documentario sulla sua vita, concentrandosi sulla lotta contro la malattia. Presentato già in diverse sedi nel mondo, tra le quali Parigi, Amsterdam e Berlino, Performing Life ripercorre dall’interno la vita di questo straordinario artista e le opere che lo hanno consacrato come una delle figure chiave della performance artistica contemporanea.

Nato a Solingen nel 1943, lui stesso si definisce un tedesco senza Germania. Cambia nome e nazione vivendo prima ad Amsterdam e poi a Lubjana, incarnando di fatto la figura del moderno nomade, un libero pensatore la cui identità va ben oltre i confini di una nazione. Viene attratto fin da subito dalla fotografia, in particolare Polaroid, ma non si è mai definito fotografo, preferendo descrivere se stesso come un artista concettuale attratto dalla fenomenologia del mezzo fotografico.

UlayNel 1976 avviene l’incontro fatale con Marina Abramović, la Grandmother of performance art (come lei stessa si è definita), e l’approccio di Ulay con l’arte diventerà molto più radicale. La Abramović esplora principalmente le relazioni che si vanno a creare tra artista e pubblico, spesso parte integrante della performance stessa, e indaga il contrasto tra i limiti del corpo e le possibilità della mente. Ed è proprio il corpo il medium per eccellenza che lo stesso Ulay aveva scelto per esprimersi, definendolo l’unico oggetto d’arte che parla, respira, sente e pensa. Ulay giunge a realizzare un radicale progetto sull’identità, spingendosi ai limiti con cicli di lavoro sul gender e giocando con il suo doppio femminile: indaga e sperimenta i limiti dello scheletro, del dolore, della resistenza fisica, diventando lui stesso opera d’arte.

In questi ultimi anni le riflessioni di Ulay si sono focalizzate sulle problematiche legate all’acqua e all’ambiente, dando vita al progetto Earth Water Catalogue, che raccoglie vari artisti da tutto il mondo e i loro lavori, accomunati dall’avere l’acqua come tema portante. Dal febbraio scorso anche Art for The World ha preso parte al progetto di Ulay, con l’obiettivo di creare una collezione di suoni dell’acqua: da questa base Ulay creerà una composizione musicale, che verrà poi diffusa in tutto il mondo.

Un’arte pura e senza concessioni quella di Ulay, che è sempre rimasto fedele al suo motto di «l’estetica senza etica è cosmetica», preferendo rimanere ai margini del mercato piuttosto che cedere alle lusinghe della fama: un lavoro privo di compromessi, rigoroso e coerente, che oggi sembra preannunciare il ritorno sulla scena di uno dei più complessi artisti contemporanei.

Alessia Sanzogni per MIfacciodiCultura

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