“La tela violata”: lo spazialismo che rompe lo spazio

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20th Century Italian Sale Sotheby's London - 15 October, 2007 Lucio Fontana (1899-1968) Concetto Spaziale, Attese signed, titled and inscribed Questo quadro a sette tagli... on the reverse waterpaint on canvas Executed in 1968. Estimate: £700,000 - £1,000,000
Lucio Fontana, Concetto Spaziale, Attese (1968)

Dal 19 marzo al 19 giugno a Lucca si terrà la mostra La tela violata. Fontana, Castellani, Bonalumi, Burri, Scheggi, Simeti, Amadio e l’indagine fisica della terza dimensione dedicata al movimento nato nel 1946 con il primo Manifesto dello Spazialismo.
La corrente lanciò una nuova sfida: quella di ridiscutere il rapporto tra artista e pittura, in senso tradizionale. Se prima la tela era lo spazio entro cui si dava vita ad un’opera, adesso diventa essa stessa parte dell’opera. Movimento, ritmo, tempo sono i presupposti di un’arte che taglia i ponti col passato, un passato che ormai fa a pugni con un presente in evoluzione ed espansione. Come ricordano i curatori dell’esposizione:

Lo Spazialismo ha ispirato le generazioni successive formando i presupposti che hanno portato molti artisti a basare la propria proposta artistica sul superamento dei confini dell’opera, sulla violazione della tela, sulla necessità di ridiscutere i tempi e i modi del dipingere, sul bisogno di rivedere il ruolo stesso del pittore e dello spettatore. Per questi artisti, il supporto diventa l’anima di tutto il lavoro, l’elemento portante e definitivo, la tesi e l’antitesi, la scoperta di uno spazio nuovo che la tecnica tradizionale non avrebbe potuto favorire.

Se ne parla sempre molto e molto spesso a sproposito: Fontana sì? Fontana no? Ci sono molti favorevoli, ma anche molti contrari, come se fosse un referendum. Come se si potesse giudicare un’opera d’arte in maniera così drastica e precisa. Lo spazialismo non piace. Lo spazialismo non è arte.

Lo dicevano pure del Dadaismo o dell’Impressionismo, ma oggi se una mostra contiene il nome di Monet, Degas o Renoir, fiotti di gente si buttano in massa al museo per la “mostra evento”. Le code alle biglietterie diventano infinite, peggio di quelle per il padiglione del Giappone ad Expo.

Insomma, si casca sempre nell’errore di parlare e non conoscere o di conoscere, parlare, ma non riflettere e contestualizzare. Bisogna tenere sempre bene a mente il contesto, altrimenti si rischia di ridurre il tutto in niente. Se lo Spazialismo fosse una ricerca edonistica, allora lo si potrebbe condannare o mercificare. Renderlo arte povera di contenuto, per falsi intenditori. Se lo Spazialismo fosse un taglio sulla tela o una superficie in rilievo allora sì, che potremmo non curarci della sua portata artistica e offrire in pasto alle masse queste opere d’arte come oggetti d’arredo per toilette.

Superficie rossa Castellani2006
Enrico Castellani, Superficie rossa (2006)

Purtroppo il concetto cui lo Spazialismo cerca di volgere lo sguardo non riguarda né la bellezza fine a sé stessa né un tentativo di originalità finito male. Lo Spazialismo è frutto di un riflessione che coniuga tempo, spazio e opera d’arte. Tre ingredienti uniti in un solo spazio. Certo che non è qualche cosa di semplice da concepire. Certo che guardando una tela rossa, rovinata da una mano incauta che stringeva un taglierino, non potremmo dedurre tutto ciò. Ma a cosa servono i libri? La cultura? L’informazione? Sicuramente a renderci consapevoli o PIÙ consapevoli.

Lucio Fontana fu il primo. Il Manifesto Blanco apre le danze di questa avanguardistica corrente artistica. Le prime opere compaiono nel 1957, ma l’apice della sua realizzazione sarà con la serie Concetto spaziale. Saranno poi altri artisti italiani a proseguire il lavoro iniziato da Fontana. Alberto Burri gioca coi materiali (plastiche industriali, sacchi di iuta) e le sovrapposizioni. Agostino Bonalumi e Enrico Castellani sfruttano lo spazio oltre la tela, creano rilievi che superano i confini della cornice. Paolo Scheggi trova risposta al quesito, unendo arte e architettura.

Aprirsi al mondo dello Spazialismo non è solo aprirsi ad un modo nuovo di fare arte, ma è anche un’indagine sul modo di concepirla sia da parte dell’artista che dello spettatore. È una dimensione che viene rivoluzionata nei rapporti, nella progettazione e nella visione. È un nuovo gioco al limite fra la riflessione intellettuale e la creatività, completamente slegate dai limiti convenzionali.

Sofia Zanotti per MIfacciodiCultura

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