“Intervallo di Confidenza”: tre scultori contemporanei a confronto

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Fabrizio Prevedello

Architetture mai chiuse del tutto, sistemi linguistici fondati su agglomerati metaforici, aspetti del paesaggio che riprendono il sopravvento sulle passate rivoluzioni industriali.

No, non si tratta della descrizione di un paesaggio antropico urban/agrario post-post-bomba, né pre-Utopia: sono solo alcuni degli stilemi espressivi che il visitatore potrà trovare nella mostra Intervallo di Confidenza, in scena alla Galleria Comunale d’Arte Contemporanea di Monfalcone (Gorizia) fino al 1 maggio. Qui, trovano spazio oltre 30 opere di tre dei più significativi scultori del panorama artistico italiano: Fabrizio Prevedello, Kristian Sturi e Michele Tajariol, tutti figli del nord-est (Padova, Gorizia e Pordenone), tutti giovani (1972, 1983, 1985), e soprattutto tutti e tre portatori sani del germe dell’innovazione stilistica e della ricerca analitica sia del rapporto con il mondo esterno che dello spazio di lavoro entro cui l’artista vive, si agita e lavora.

Diciamo che proviamo un senso di simpatia aprioristica per l’artista-scultore contemporaneo: perché sceglie (o è stato scelto) una modalità espressiva non facile, scomoda proprio, di difficile vendibilità in un panorama culturale generale in cui sia il senso che la possibilità del possesso dell’opera d’arte si va sempre più rarefacendo. Stante la nostra preparazione media, la confusione generale tra opera d’arte ed arredamento è quasi completa: chi non annovera tra le proprie conoscenze esseri senzienti che ammirano la cornice e trascurano il quadro (quando il saggio indica la Luna etc.)? Chi non conosce un amico che acquista un dipinto perché i colori si intonano col copridivano?

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Kristian Sturi

Ecco, in questo panorama generale, fare scultura rende vieppiù rarefatte le possibilità di diffusione della propria opera, e pertanto chi segue questo irto sentiero è degno di rispetto aprioristico.
Quando poi la costruzione architettonica mostra sensibilità ambientale, ma lo fa attraverso cromie umbratili e ossidazioni metalliche (Prevedello), quando si innestano objet trouvé dal sapore Dadista, ceramiche falliche e dorature ardimentose (Sturi), quando si ricombina plasticità e smantellamento di spazi sia fisici che psichici (Tajariol), quando si verifica tutto ciò, e molto altro, ecco che siamo di fronte ad espressioni artistiche che non ripetono equilibri già noti, ma si muovono, si materializzano in tentativi, in rischi coraggiosi e forse non del tutto calcolati, quindi veri.

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Michele Tajariol

Il percorso della mostra, quindi, è aspro e difficile, ma proprio per questo vale il tentativo di ingresso nella Selva: guidati da una puntuale opera critica bilingue (siamo in terra di confine, e anche questo non deve essere dimenticato), possiamo seguire un percorso di ascesa con la stessa fiducia nei nostri mezzi che è il presupposto essenziale dello stesso artista in generale e dei nostri tre in particolare. Vista e considerata la varietà tematica, stilistica e materica che troviamo tra i tre artisti, ed all’interno di ognuno individualmente preso, non potremo che uscirne arricchiti.

Proprio questo, se trovarne uno è necessario, potrebbe essere il fil rouge ossimorico: terra di confine e varietà, commistioni e contaminazioni, tutto, dalla location alle opere, in questa mostra tutto ci mostra come la pluralità è vita, intesa come creazione e perpetuazione della stessa, versione artistica della visione economica per cui in assenza di crescita vi è contrazione e morte.

Vieri Peroncini per MifacciodiCultura

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