L’insostenibile leggerezza di Milan Kundera

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Milan-KunderaLa storia dell’uomo è piena di corsi e ricorsi.

Come un orologio, un classico può rimanere fermo e, seppur fermo, segnare l’ora esatta due volte al giorno. Un classico ancora vivente è Milan Kundera, nato a Brno il 1° aprile 1929, la cui ultima fatica letteraria, La festa dell’insignificanza (Adelphi editore), risale al 2013.

Ma la sua opera più conosciuta a livello internazionale dello scrittore ceco, naturalizzato francese, resta L’insostenibile leggerezza dell’essere (1984) che, seppur ferma, segna l’ora giusta ben più di due volte al giorno.
In quest’opera Kundera cita Sofocle. Capita spesso che un autore ne citi un altro per dare forza alle proprie idee, per confermare con una voce autorevole le proprie tesi. Infatti, sostenere un’argomentazione avendo dalla propria una fonte già ritenuta autorevole e attendibile, aiuta le nostre ipotesi ad essere accettate con meno sforzo da parte del lettore. Ma attenzione: ripetere un concetto già espresso da un altro autore non è affatto un segno di poca originalità e per dimostrarlo rifacciamoci al filosofo medievale Bernardo di Chartres, il quale si immaginava come un nano sulle spalle di giganti, così da poter vedere più cose di loro e più lontano appoggiandosi a loro.

kunderaMa tornando in un epoca più vicina ai nostri giorni, analizziamo Milan Kundera e i suoi continui richiami all’Edipo Re di Sofocle ne L’insostenibile leggerezza dell’essere.

L’Edipo Re è una citazione che attraversa tutto il romanzo di Kundera uscito nel 1984, essendo esso presente sin dalle pagine iniziali: esso è forse l’esempio più alto di tutta la tragedia greca e può essere pericoloso andare a scomodare un mito del genere. Kundera è un romanziere colto ed esperto, ed ha il coraggio di attingere a piene mani dalla più classica delle tragedie senza paura di scottarsi.

L’Edipo Re appare la prima volta già dopo una decina di pagine, quando Tomàs accoglie per la prima volta Tereza in casa sua e immagina che se «Polibo non avesse accolto presso di sé il giovane Edipo, Sofocle non avrebbe scritto la sua tragedia più bella!»
Sinceramente poca roba, ma Kundera è un romanziere raffinato e forse, forse, ma solo forse, voleva semplicemente farci notare che Tomàs conosce l’Edipo Re, tant’è che nel romanzo torna più volte a trama fattasi più fitta. Tereza ne trova una copia proprio nella casa del misterioso uomo con cui tradisce Tomàs e Kundera inizia molto lentamente a spiegare come l’Edipo Re sia stata la rovina stessa della vita dei due.

imagesDopo poco Kundera sintetizza così la tragedia greca, onde evitare cattive interpretazioni cito testualmente:

La storia di Edipo è nota: un pastore trovò un neonato abbandonato e lo portò al re Polibo che lo allevò. Un giorno Edipo, ormai diventato un giovanotto incontrò su una strada di montagna un carro sul quale viaggiava un nobile sconosciuto. Sorse una discussione, Edipo uccise il nobile. In seguito sposò la regina Giocasta e diventò re di Tebe. Non immaginava certo che l’uomo che aveva ucciso tra le montagne fosse suo padre e la donna con la quale dormiva fosse sua madre. Intanto il fato perseguitava i suoi sudditi tormentandoli con malattie. Quando Edipo capì di essere lui stesso il colpevole delle loro sofferenze, si cavò gli occhi con degli spilloni e, cieco, partì da Tebe.

Adesso immaginate: il clima è quello della Primavera di Praga, Tomàs è un chirurgo. Praga è piena di comunisti pentiti che cercano giustificazioni ai propri errori di valutazione. Praga era già stata occupata dai sovietici e i cechi che li avevano ben accolti, durante la Primavera si autoproclamavano innocenti a colpi di «Io non sapevo! Io ci credevo!». E in tutto questo Tomàs pensa all’Edipo Re e affida le sue riflessioni ad una lettera che poi viene pubblicata distorta da un giornale.

Tomàs sentiva le grida dei comunisti che difendevano la loro purezza interiore e diceva tra sé: Per colpa della vostra incoscienza la nostra terra ha perso, forse per secoli, la sua libertà e voi gridate che vi sentite innocenti? Come potete ancora guardarvi intorno? Come potete non provare raccapriccio? Siete o non siete capaci di vedere? Se aveste gli occhi, dovreste trafiggerveli e andarvene da Tebe!

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Con la moglie Vera Hrabanková

Poi la Primavera finì e invece dell’estate a Praga arrivarono i carri armati sovietici che come potete ben immaginare, non videro di buon occhio l’articolo del nostro Tomàs. La polizia politica sovietica chiese a Tomàs di ritrattare, Tomàs preferì salvare l’onore e la propria morale e quindi abbandonare i privilegi di una vita da chirurgo e adattarsi a fare un lavoro molto più umile, ma questa è tutta un’altra storia.

E adesso immaginate: quanto è ancora attuale l’Edipo? Quanto è attuale la riflessione di Kundera? In quanti dovrebbero oggi, in Italia, tra politici ed elettori, cavarsi gli occhi e andare via da Tebe se solo avessero un po’ più di etica, invece che dire: »Io non sapevo»?

A voi l’ardua sentenza.

E accettate un consiglio: «fatti non foste per vivere come bruti», quindi leggete L’insostenibile leggerezza dell’essere.

Giuseppe Del Fiacco per MIfacciodiCultura

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