La Cultura in Italia e le sue contraddizioni

0 1.234

I dati diffusi dall’Eurostat parlano chiaro. L’Italia non investe né in cultura né in istruzione.

Penultimo paese dell’Unione della lista, dopo di noi solo la Romania, il report ci segnala che la spesa pubblica destinata alla scuola e più in generale alla formazione si attesta sul 4,1% del Pil rispetto al 4,9% della media Ue. Il più penalizzato risulta il livello più alto della proposta formativa, quindi università, dottorati e ricerca, nel quale si investe solo lo 0,9% del Pil, risultando in questo gli ultimi della lista.

Insomma, il reale interesse per la formazione delle menti che un domani condurranno il paese non è pervenuto. L’élite culturale non è una questione all’ordine del giorno, non c’è un progetto finalizzato a gettare le basi per un futuro migliore, per formare persone più illuminate capaci di gestire tutto il nostro patrimonio. La scuola e l’apparato formativo sono abbandonati a se stessi, in un sistema al collasso che favorisce, volente o nolente, le struttura private, andando ad indebolire un fiore all’occhiello italiano quale è l’istruzione pubblica, anche a livello universitario.
La ricerca poi è da sempre un tasto dolente, oltre che la vittima designata della cecità delle istituzioni: le risorse intellettuali sono ricche e feconde come dimostrano i tantissimi cervelli in fuga che costantemente lasciano l’Italia a favore di terre straniere meno ostili. La partenza di un valido giovane verso altri stati è una perdita, anche economica, grave per il paese, poiché l’investimento durato anni per istruire e preparare un soggetto va completamente perso, in quanto costui sfrutterà le competenze assimilate per “arricchire” qualcun altro, sia esso uno stato o un’azienda privata, che dal canto suo si trova una persona competente già formata. Costantemente sentiamo casi di brillanti menti costrette ad emigrare verso altri lidi per trovare successo lavorativo, soddisfazione professionale ed un adeguato riconoscimento economico. Possibile sia così complicato da capire che bisognerebbe prodigarsi affinché costoro possano lavorare in Italia nelle migliori condizioni possibili?

COLOSSEO-1-CopiaMa tornando ai dati Eurostat, oltre alla formazione anche la cultura è abbandonata a se stessa. Questo è un altro punto che pare non essere compreso da chi decide le sorti economiche del paese, eppure nella cultura siamo immersi. Come si può decidere di destinare alla cultura solo il 0.7% del Pil (rispetto alla media dell’1%, dati relativi al 2014) magari mentre si è nel cuore della Capitale circondati da bellezza e magnificenza in ogni dove? Come si può considerare così poco un patrimonio tanto ricco mentre ci si trova in una dimostra rinascimentale affacciata su degli scavi antichissimi? È una contraddizione.

Ma una contraddizione lo è anche il fatto che nonostante tutto ciò, gli italiani alla cultura siano interessati e pure parecchio, come dimostra l’affluenza record nei giorni di Pasqua a musei e parchi archeologici. Molti erano aperti gratuitamente direte voi, ma non per forza se l’accesso ad una struttura è gratuito significa che qualcuno vi sia interessato ad entrare. Certo, la gratuità invoglia, ma è comunque del tempo che si è scelto di spendere circondati da arte e storia piuttosto che in altre attività.

Per non parlare del fermento culturale che sta vivendo ora Milano, tra il Mare Culturale Urbano e lo spazio Base, nuovi quartieri generali della cultura in uno scenario cittadino in piena rivoluzione.
Inoltre, è notizia di pochi giorni fa che a luglio nel capoluogo lombardo si terrà la XXIV Conferenza generale di Icom, organizzazione che riunisce sotto di sé tutti gli spazi museali del pianeta, il tutto mentre la Triennale di quest’anno si presenta prorompente più che mai, confermando il ruolo culturale di primo piano della città di Milano. Una contraddizione dunque tutta questa vivacità se si pensa agli scarsissimi investimenti e al mancato interesse verso la promozione della cultura.

Il ministro Franceschini tanto si prodiga e tanto fa, tra il “mitico” ArtBonus, inaugurazioni e Pompei (quasi) tirata a lucido, eppure il percorso pare tutto in salita, nonostante le risorse presenti dovrebbero facilitare il compito.

Pare dunque che il divario tra Stato e cittadini sia ancora profondo oltre che ampio, probabilmente a causa del primo, incapace di ascoltare il popolo che ha “fame” di cultura e di attività legate ad essa. Perciò non diamo sempre la colpa alla cittadinanza ignorante, talvolta l’ignoranza stessa è causata della casta al comando, spesso cieca, sorda e pure muta. E pensare che le generazioni precedenti avevo tanto investito per formare la classe che oggi ci comanda. La domanda dunque sorge spontanea: ma chi comanda, è davvero formato adeguatamente? La risposta la si potrà formulare solo quando al potere ci sarà la futura generazione di politicanti, perché questi giudizi, ahinoi, si possono solo dare a posteriori.

Carlotta Tosoni per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.