“Le Variazioni d’Orsay”: il viaggio onirico di Manuele Fior

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Manuele Fior

C’è ancora qualcuno, là fuori, che crede che il fumetto non sia arte – o che lo considera un’arte “inferiore”. Eppure, Umberto Eco ci aveva avvisati. C’è voluto il grande intellettuale recentemente scomparso per sfatare un mito, per affermare (finalmente) che il fumetto è una lettura per adulti «tranne che per i disattenti, per cui il fumetto rappresenta ancora un esempio di produzione commerciale riservata a fanciulli e analfabeti» (Una lettura per adulti, in Pietro Favari, Le nuvole parlanti: un secolo di fumetti tra arte e mass media, Bari: Dedalo, 1996).

Se qualcuno non ne fosse ancora accorto, i fumetti sono da tempo comparsi sugli scaffali delle librerie, talvolta “mascherati” dalla nobilitante etichetta graphic novel – come se ci fosse davvero bisogno di sottolineare che, in fondo, possono essere accostati all’universo letterario.

manuele-fior_le-variazioni-d-orsay_copertinaPuò darsi che, frugando tra le varie graphic novel, vi sarete imbattuti nelle opere di uno dei fumettisti italiani più amati all’estero. Sto parlando di Manuele Fior, nato a Cesena nel 1975 e ora residente a Parigi. Dopo aver ottenuto diversi premi in Italia e all’estero per i precedenti lavori La signorina Else (2009, vincitore del Prix de la Ville de Genève), Cinquemila chilometri al secondo (2010, Fauve d’Or al Festival International de Angoulême, Primo premio Årets vakreste bøker a Oslo, Premio Gian Guinigi a Lucca e Premio Attilio Micheluzzi al Comicon di Napoli) e L’intervista (2013, Prix Bédélys Monde al Festival BD de Montréal e Premio Attilio Micheluzzi), Fior ha ricevuto una commissione dal Musée d’Orsay. Dopo un anno e mezzo di lavoro, durante il quale l’artista ha potuto esplorare ogni angolo del museo, è venuto alla luce Le Variazioni d’Orsay (pubblicato in Italia da Coconino Press), secondo fumetto di una trilogia nata dalla collaborazione tra la casa editrice francese Futuropolis e il museo parigino. L’opera di Fior si colloca dopo Moderne Olympia di Catherine Meurisse  (2014) e prima di un terzo fumetto che dovrebbe essere realizzato da Craig Thompson, l’autore di Blankets.

Fior definisce la sua ultima fatica «un esercizio di stile». Non si tratta di una guida didattica al Musée d’Orsay, è piuttosto una narrazione asincronica, frammentaria, tra presente e passato, tra Ottocento e Novecento, tra realtà e sogno. Guidati dalla misteriosa custode, l’incantatrice di serpenti protagonista del noto quadro di Henri Rousseau, non possiamo fare altro che abbattere le barriere che dividono il vero dall’illusione.

Ho deciso così di usare una struttura di storie incapsulate, simile a quella delle Mille e una notte, che mi potesse aprire più porte, e all’occorrenza permettere di entrare e uscire, senza creare una classica trama.

manuele-fior_le-variazioni-d-orsay_07Piani narrativi che si incastrano e si sovrappongono, permettendoci di ripercorrere la storia del museo – che un tempo era una stazione ferroviaria – e al contempo di vagare per le sue sale, tappezzate di quei capolavori che hanno cambiato per sempre la storia dell’arte. I quadri prendono vita e, con essi, i loro artefici, i pittori impressionisti. Pissarro, Cézanne, Reonoir, Ingres, ma soprattutto Degas, uno dei migliori disegnatori del suo tempo, ma anche una figura contraddittoria, riottosa e misogina, che nel racconto di Fior funge da filo rosso per collegare le sequenze biografiche e aneddotiche legate agli artisti. Ogni tavola creata dal fumettista è un quadro e ogni quadro del museo si fa tavola: la ricerca dei colori è curata nei minimi dettagli, quei colori che, invece, mancavano ne L’intervista, la graphic novel di Fior ambientata nel futuro. Uno stile personale in cui luci, ombre e sfumature si stagliano su uno sfondo ocra, secondo la tecnica del guazzo (gouache), un tipo di tempera che consente di sovrapporre strato su strato e quindi di rilavorare le figure.
La pittura per rappresentare la pittura, quindi. Un caleidoscopio di immagini che si susseguono per sessantaquattro pagine, fino alla ciclica conclusione, che riprende simmetricamente l’inizio della storia.

Il sogno finisce e noi, come lo stesso Fior, lasciamo il museo. Con la piacevole consapevolezza che potremo rivivere quel viaggio ogni volta che vorremo.

Lorena Alessandrini per MIfacciodiCultura

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