«È oggi di vero al mondo notabil meraviglia…»: gli Uffizi

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L’imponente complesso edilizio degli Uffizi fu ordinato da Cosimo I de’ Medici nel 1560 per ospitare le Magistrature, ovvero gli “uffici” amministrativi e giudiziari di Firenze, e per tale costruzione venne chiamato Giorgio Vasari. Alla data di inizio dei lavori l’egemonia dei Medici era ormai consolidata e il loro potere si accentrava, anche materialmente, fra le mura del palazzo.

nozze Caterina de'Medici
Nozze di Caterina de’ Medici con Enrico di Valois

Ad oggi il museo ospita ogni anno milioni di visitatori e nel 2014 è stato il più visitato d’Italia. In effetti appena si arriva in prossimità del museo ci colpiscono le lunghissime file, sia quelle per accedere all’edificio, sia quella per ritirare i biglietti (acquistabili anche on line per fortuna!). Gente in coda, c’è chi spinge, chi si accalca, bambini che si lamentano, i metal detector e i doppi controlli dei biglietti.
Dopo circa 20 minuti, si arriva all’enorme scalinata per salire al secondo piano, inizio del “percorso espositivo”. Arrivati in cima si staglia di fronte a noi la grande tela di Jacopo di Chimenti da Empoli (Firenze 1551-1640), Nozze di Caterina de’ Medici con Enrico di Valois, 1600: il futuro re di Francia, figlio di quel Francesco I che aveva dato ospitalità a Leonardo Da Vinci negli ultimi anni della sua vita, e Caterina de’ Medici, nipote del papa Leone X, nato Giovanni de’ Medici, figlio del Magnifico. È così che ci accolgono gli Uffizi, con quell’unione di quelle due grandi e famose casate. Caterina fu la regina che diffuse in Francia l’uso dei profumi e alla quale dobbiamo la definizione “acqua di Colonia” poiché usava profumi importati dalla città tedesca, fu colei che portò in terra francese famosi cuochi e pasticceri che rinnovarono la cucina d’oltralpe e a cui la famosa nouvelle cousine ancora oggi si ispira. La sua biblioteca poi non aveva eguali.
Non ci pensiamo spesso, guardiamo un quadro ma non lo osserviamo, eppure quell’enorme tela ci ricorda che una donna italiana, una straniera e non di sangue reale, rimasta prematuramente vedova, passò la vita a proteggere il trono per i suoi 4 figli maschi. Mai regina vera e propria, solo consorte o reggente per i figli, riuscì però a governare la Francia per circa 30 anni.

La bellezza dei musei è che ci offrono esempi, modelli e perché no, anche un vanto per l’Italia. Il 17 marzo è ricorso l’anniversario dell’unità d’Italia e ricordare questi esempi serve a richiamare alla nostra memoria che noi abbiamo un passato, una tradizione, uomini e donne da prendere come esempio, anche in periodi storici in cui tutto sembra impossibile.
Invece ormai quando entriamo in un museo siamo presi dalla smania di vedere tutto, di passare da una sala ad un’altra per fotografare e filmare: non ci fermiamo più ad
osservare. Ma lo viviamo davvero questo momento? Proviamo a prenderci del tempo per riflettere? Vi capita di soffermarvi su un’opera, di cercare di capirla, o quantomeno di tentare di approcciarvi ad essa?

giuditta oloferne
Giuditta decapita Oloferne

Noto a malincuore che non ci si prende più il tempo di ascoltare le emozioni che qualcosa di bello o di toccante può far scaturire in noi, non lasciamo più che i nostri sentimenti siano risvegliati da ciò che ci circonda. Quando si entra in un museo è perché, in teoria, si è deciso di prendersi una piccola pausa, staccare e recarci altrove, col corpo e con la mente. Prendersi del tempo per ammirare sembra quasi diventata una colpa perché si deve subito immortalare il momento e condividerlo con chi non è fisicamente con noi. Invece dovremmo almeno provare ad estraniarci, senza smaniare di sfoggiare ciò che stiamo facendo, senza farsi prendere dall’ansia di vedere tutto.
Bisognerebbe soffermarsi solo su ciò che ci piace, su ciò che incontra i nostri gusti: non c’è bisogno di fotografare l’intero museo, bastano solo quel dipinto, quella statua, quel disegno che hanno provocato in noi una reazione, in modo tale che rivedendo quello scatto ci tornerà alla mente lo stato d’animo in cui eravamo quel giorno. Magari riusciremo a capire come mai in quel determinato momento della vostra vita ci siamo sentiti proprio in quel modo, perché le cose a cui prestiamo attenzione e che ci colpiscono dicono di noi molto più di quanto immaginiamo. P
otremmo addirittura sorprenderci, scoprendo cose del passato nostro e del nostro paese che troppo spesso vengono dimenticate o bistrattate, di cui invece potremmo esserne fieri. Tutto il mondo invidia le nostre bellezze e noi, a volte, non ce ne rendiamo nemmeno conto. Non capiamo che sono esistiti uomini e donne valorosi, che hanno combattuto le loro battaglie personali e ci hanno lasciato un messaggio con la loro arte.

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Battesimo di Cristo (particolare)

Quale donna non prova orgoglio difronte alla Giuditta decapita Oloferne (1620) di Artemisia Gentileschi (1597-1652), giovane donna, figlia d’arte, che dopo essere stata violentata ha dovuto anche subire un processo, con annessa tortura, per dimostrare la sua innocenza nonostante fosse lei la vittima e non la seduttrice. In questo quadro c’è tutta la sua rabbia per l’umiliazione subita, il dolore perché nessuno l’ha difesa, la determinazione di chi vuole giustizia: è il suo riscatto. Nel momento in cui riusciamo ad instaurare un rapporto con l’opera e con il suo autore scatta una magia perché non solo riusciamo a comprendere meglio il nostro IO, ma ci sentiamo anche più vicini all’artista e cominciamo ad intuire cosa volesse trasmetterci e persino cosa provava, qual è stata la sua motivazione, la sua ispirazione per la sua creazione.
L’angelo dipinto da Leonardo Da Vinci (1452-1519) nel quadro del suo maestro Verrocchio Battesimo di Cristo (1470-1475) trasmette tutta l’audacia del giovane artista: il suo ritoccare il dipinto con i polpastrelli è il segno dell’innovazione che Leonardo apporterà all’arte con la sua pittura. In quella figura di angelo di profilo c’è la prova lampante che il maestro è stato ormai superato dall’allievo e che qualcosa di rivoluzionario sta per essere rivelato.

Questi sono solo alcuni esempi di quanto l’arte possa essere rivelatrice e al tempo stesso memoria fondamentale della nostra storia. Invece oggi preferiamo mettere un filtro tra noi e le opere quasi a volerci distaccare da loro, dal nostro passato, ma anche da noi stessi. Sembriamo vagare senza meta, basterebbe solo togliere quel filtro.

Gaia Del Riccio per MIfacciodiCultura

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