Il valore del tempo al cinema (e non solo)

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Maturità e gioventù, lo scorrere del tempo, l’età che avanza inesorabilmente: non è un tema nuovo sul grande schermo.

Per esempio, nelle sale troviamo ancora Forever Young, film dal titolo americaneggiante ma di produzione italiana che non sembra aver conquistato la critica (forse subendo anche il più apprezzato Perfetti Sconosciuti). La pellicola, per la regia di Fausto Brizzi, gioca sul banale ma sempre valido conflitto vecchio-giovane, out-in, ieri-domani, mettendo a confronto dei cinquantenni che, anche se oggi possono essere considerati ancora giovani, debbono scontrarsi con quelli davvero giovani, i millenials che si destreggiano tra tenologia e social in un mondo che si muove molto veloce. Forse troppo.forever-young-poster

Ci sono dei non più giovani che fingono di essere tali, le solite storie fra un uomo maturo e una donna giovanissa e tutti quei clichè che come sempre si impongono in quel gap generazionale che, al cinema o meno, è una costante della vita umana.

Il tempo scorre, inesorabile, e non c’è assolutamente nulla che si possa fare per impedirlo.

Se penso a chi ha cercato in tutti i modi di sconfiggere la vecchiaia c’è sicuramente lui, Dorian Gray (Il ritratto di Dorian Gray, Oscar Wilde, 1890), uno dei letterari padri del decadentismo. La sua vicenda però non è delle più fortunate: scoperto che il suo ritratto invecchia al posto suo e, inoltre, si macchia anche delle sue orrende azioni, si sente libero di vivere la sua vita senza essere toccato dalle rughe e dai rimorsi. Fino a quando, non sostenendo più la sua immagine, pugnalerà dipinto e insieme se stesso. Un eterno giovane morto prematuramente: senza dubbio giocare con l’ironia e i paradossi era una grande caratteristica di Oscar Wilde. È uscito, nel 2009, anche un omonimo film tratto dal romanzo diretto da Oliver Parker: nonostante la presenza dell’affascinante e talentuoso Colin Firth, vi consiglierei di evitarne la visione a meno che non abbiate letto anche il libro. Solo in quel caso potreste capire quanto poca sia la vicinanza fra i due.

Lo strano caso di Benjamin Button
Lo strano caso di Benjamin Button

Altra pellicola tratta dalla carta scritta, anche se qui si trattava di una storia breve, è Lo strano caso di Benjamin Button: attribuito –non senza dubbi- a Francis Scott Fitzgerald e scritto nel 1922, è stato portato al cinema nel 2008. Diretto da David Fincher, Brad Pitt interpreta appunto Benjamin Button: saprete sicuramente che si tratta della storia di un umano nato vecchio, cresciuto fra vecchi che morirà giovane e affetto da demenza senile. Insomma, la storia della vita al contrario: vivere sin da subito quella che dovrebbe essere la parte peggiore e finire con la giovinezza. Ma, ad ogni modo, senza memoria di quello che si è vissuto.

Stando in territorio italiano, sarebbe impossibile non citare Youth – La giovinezza di Sorrentino. Due amici, giunti alla fine della vita, osservano i figli e le loro incertezze, i loro primi passi sul mondo. Il regista premio Oscar aveva già affrontato comunque il tema del tempo nel suo film precedente, La grande bellezza (2013), dove anche qui troviamo un protagonista ormai sessantaduenne che riflette sul proprio vissuto, su passato, presente e futuro. C’è chi sostiene che Sorrentino si sia un po’ fossilizzato sul tema, rimanendone quasi paralizzato.

Ma il tema del tempo è sempre stato un problema per l’uomo, ancor prima del cinema e della scrittura: perché altrimenti i primitivi avrebbero disegnato sulle pareti delle caverne, se non per lasciare qualche traccia? Perché raffigurare il presente, se non per essere ricordati?

Il tempo è una delle due dimensioni fondamentali, insieme allo spazio. Kant dava ad essere un ruolo privilegiato e preferenziale perché, comunque la mettiamo, non potremmo mai pensare senza tempo e spazio: potremmo eliminare tutto, tranne queste due.

Eppure la temporalità ha qualcosa in più, che ci affascina e ci terrorizza contemporaneamente: non possiamo fermare lo scorrere delle lancette. Possiamo modificare lo spazio, ridurlo, allargarlo, distruggervi e costruirvi, fare spostamenti: possiamo esercitarne un discreto controllo.

Il tempo possiamo solo misurarlo e, mentre lo facciamo, sta già passando.

Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell’impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va. 

Eraclito

Tutto scorre, panta rei, diceva Eraclito, filosofo greco nato nel 535 a.C.: non potremo mai fermare in nessun modo il divenire della realtà.

Cosa potrebbe salvarci dal continuo cambiamento, allora, dallo svuotarsi della clessidra?

La memoria.

La persistenza della memoria, Salvador Dalì, 1931
La persistenza della memoria, Salvador Dalì, 1931

Questa ci sembra quasi una peculiarità umana, e nemmeno per tutta la nostra vita: gli animali –sembra- non abbiano una memoria a lungo termine come la nostra; vivono il presente, l’istinto, l’attimo. Allo stesso modo i bambini, che è risaputo che imparano l’utilizzo di tempi verbali diversi dal presente solo durante la crescita. Senza contare il grande male che affligge le nostre società, dove la vita si è allungata così tanto: la perdita della memoria, al di là del nome che si voglia dare alla malattia.

La gioventù sembra quel giusto mezzo, quel punto in cui hai abbastanza ricordi ma non così tanti da avere rimpianti. Quel momento in cui il futuro può aspettare, perché a 20 anni la vita sembra lunga; si fa fatica a pensarla, tutta la vita che rimane di vivere.

Ci sarebbe da chiedersi se per i giovani d’oggi sia ancora un momento così idilliaco: nati nella crisi, cresciuti nella crisi, con un futuro nella crisi. Sembra contraddittorio aver paura di un futuro che non esiste, io credo.

Ma la nostra memoria, quella a lungo termine, che si deve ricordare tutto, non lo fa: come diceva Bergson, è come una collana di perle. C’è un filo che le tiene insieme, sono collegate: ma sono piccoli frammenti intervallati da vuoto. Perché la nostra mente, per quanto evoluta, non può ricordare tutto, ma singoli episodi.

E allora mi chiedo se i grandi scrittori, i grandi registi, i grandi pittori non abbiano un’idea un po’ distorta della gioventù: i ricordi sbiadiscono con il tempo, li ricostruiamo, “pensiamo sia andata così”. Ma come sia andata davvero, nei minimi particolari, non potremmo mai ricordarlo.

Forse quella collana di perle, per quanto preziosa, è una scialuppa di salvataggio che ci convince che la felicità esista, che ci siano stati giorni felici e che potrebbero esserne aggiunti altri.

Forse ha ragione Spielberg e anche Peter Pan (Robin Williams in Hook, 1991) abbandona l’Isola Che Non C’è prima o poi.

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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