E-Motion Picture – Quentin Tarantino, il re del pulp

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Quentin-TarantinoQuentin Tarantino, nato il 27 marzo del 1963 (Knoxville, Tennessee, USA) può piacere o no. Non gli si può però negare un grande merito: l’aver rivitalizzato il genere western, attualizzandolo senza dimenticare la tradizione. È grazie a lui che il western sta lentamente riappropriandosi del suo posto d’onore nel gotha del cinema.

Questo genere ottenne un enorme successo intorno agli anni Sessanta a opera soprattutto dei registi italiani che, con una maestria che bene si allineava alla qualità delle opere cinematografiche nostrane di quel periodo, riuscirono a codificare un formato che divenne presto icona mondiale. Sergio Leone ha avuto il merito di creare un vero e proprio sottogenere, quello degli spaghetti western, che coniugava la spietatezza dell’ambientazione tardo Ottocentesca di un’America rurale, selvaggia e non ancora del tutto civilizzata, con una smaccata ironia. A pronunciare queste battute era il Clint Eastwood di turno, prototipo dell’eroe con capacità quasi sovrumane che, indomito, affrontava la crudeltà tanto della natura quanto dell’uomo.

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Christoph Waltz e Jamie Foxx in “Django Unchained”, Quentin Tarantino, 2012

Chi, fra i registi contemporanei più apprezzati, ha recuperato gran parte degli stilemi narrativi di quel particolare genere è, senza ombra di dubbio, Quentin Tarantino. I germogli di questa passione erano presenti già in Kill Bill (2003), la sua monumentale opera in due atti che omaggia, oltre al western all’italiana, anche i film d’arti marziali giapponesi e, in generale, tutta la tradizione orientale fusa saldamente al concetto nucleare del film: la vendetta e il riscatto, temi che non a caso si riproporranno poi in Django Unchained (2012). Fonte per eccellenza di ispirazione per questo film è l’italianissimo Django (1966) di Sergio Corbucci, interpretato dallo strepitoso Franco Nero.

A proposito del suo capolavoro (due volte Oscar, uno per la miglior sceneggiatura e l’altro per il miglior attore non protagonista Christoph Waltz), Tarantino ha spiegato che, mentre scriveva un libro a proposito di Corbucci, ha realizzato che nei suoi film esisteva questo Ovest selvaggio, crudele e terribile, e che era, secondo lui, un modo di somatizzare gli orrori del fascismo. Utilizzando lo stesso medium, Tarantino si propose quindi di girare un film che avesse a che fare con il vergognoso passato dell’America schiavista, portando in scena la storia di uno schiavo del profondo Sud che si ribella, riscatta se stesso e si imbarca in una lunga epopea per salvare la moglie Broomhilda.

The-Hateful-EightL’esperienza, che gli ha fatto collezionare giudizi positivi e fare il pieno di premi, ha spinto Tarantino a riprovarci con The Hateful Eight (Gli odiosi otto), dopo I Magnifici sette (1960) di John Sturges, a sua volta omaggio de I sette samurai (1956) di Kurosawa. Il film uscito quest’anno ha ottenuto grande successo e un Oscar per la Miglior Colonna Sonora a Ennio Morricone, ma ha portato con sé anche una lunga serie di polemiche sulla misoginia e sul razzismo di cui il film è accusato di essere impregnato. Ma d’altronde l’Ovest è selvaggio per sua natura e non guarda in faccia a nessuno, proprio come Quentin Tarantino.

Giulio Scollo per MIfacciodiCultura

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