“Gallerie Milanesi tra le due guerre”: un racconto storico alle Stelline

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Massimo Campigli, Le educande (Passeggiata delle educante), 1929 – 1930, Olio su tela, 88 x 110 cm, Mart, Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, Collezione VAF-Stiftung, MART 692 | © Archivio Fotografico Mart

I roaring twenties possono riferirsi, tra le tante cose che hanno caratterizzato gli anni Venti del secolo scorso, anche a un momento per l’arte milanese di grande fermento, crescita ed evoluzione: il palazzo delle Stelline vuole celebrarli attraverso una mostra, Gallerie Milanesi tra le due guerre che ripercorre, attraverso 100 opere, la grande stagione delle gallerie milanesi del terzo decennio del Novecento.
Questo momento, collocato tra i due grandi conflitti mondiali, è un punto di svolta, in cui si assiste ad un giro di boa che investe tutta la scena artistica in ognuna delle sue applicazioni, dalla pittura alla scultura all’architettura.

Le gallerie di Milano nascono proprio in questo periodo e iniziano a fare la storia dell’arte, lanciando quelli che saranno gli artisti che domineranno la scena italiana e mondiale grazie al supporto di mecenati e collezionisti che guardavano anche ai gusti europei.

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Vasilij Vasil’evič Kandinskij, Kleine Welten, 1922, Libro d’artista (12 tavole originali), 47 x 35 x 2 cm, Civica Biblioteca d’Arte Milano

Così, dal 25 febbraio al 22 maggio, quest’esposizione rilancia la memoria di gallerie che hanno lasciato un solco indelebile nel mercato dell’arte contemporanea, dalla galleria Il Milione alla galleria Pesaro, a molte altre ancora, con una selezione di lavori sia pittorici che scultorei di mano celebri come Balla, De Chirico, Carrà, Sironi e tanti altri.

Un’epoca segnata da cambiamenti che fece sì che la svolta non si concentrasse solo sull’arte ma anche sul collezionismo, che diventa proprio in questi anni più consapevole del suo potere di rilancio di un artista, della sua capacità, attraverso mostre ed eventi, di costituirsi come punto focale e costruire un piccolo centro di cultura e un nuovo salotto intellettuale a misura ed uso delle esigenze della società milanese contemporanea, ma non solo. Le gallerie sono il passaggio naturale che occorre varcare per arrivare al vasto pubblico. Più dei musei, più ancora dei salotti borghesi, la galleria d’arte si apre al nuovo mantenendo uno standard molto alto di cultura, di senso estetico del bello, di ricercatezza e originalità artistica.

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Giacomo Balla, Trelsì trelno, 1914, Inchiostro su carta, 27 x 20 cm, Collezione Marinetti | © Matteo Zarbo

In una società che richiede punti di ritrovo per sviluppare reti e contatti tra artisti, mecenati, mercanti e collezionisti Milano trova la soluzione perfetta e lancia la “moda delle gallerie”. Da qui si diffonderà velocemente nei maggiori centri italiani, in primis Roma.

Oggi forse l’idea di galleria si è un po’ arenata su questi vecchi ideali che l’avevano vista nascere. In un mondo in continua trasformazione, un mondo che vive nel digitale, la galleria annaspa e sopravvive solo se si riesce a creare un suo mercato d’élite, ristretto e continuamente capace di alimentarsi.
Quest’esposizione allora serve proprio da studio, per raccogliere interessanti elementi d’analisi che possano ricostruire le varie ragioni di eventuali trasformazioni e l’inevitabile ridimensionamento rispetto alle origini.
Certo ci si ferma ad ammirare – e in un certo senso, glorificare – la Hollywood del mercato dell’arte del Novecento, ci si deve augurare però che serva anche come spunto costruttivo per provare a immaginare nuovi modi per fare arte, fare cultura e perché no, ricreare una nuova storia dell’arte per il futuro.

Gaia Boldorini per MIfacciodiCultura

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