Siamo tutti usciti dal cappotto di Nikolaj Vasil’evič Gogol’?

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Siamo tutti usciti dal cappotto di Nikolaj Vasil’evič Gogol’?

Siamo tutti usciti dal cappotto di Gogol’.

gogol-1Così Fëdor Dostoevskij pone al centro del panorama letterario russo la figura di Nikolaj Vasil’evič Gogol’, scrittore e drammaturgo connazionale dai caratteri sfuggenti, turbato dal materialismo e dalla corruzione dilaganti nella società del suo tempo, impegnato nella sua perenne lotta per la ricerca di un senso da rinfondere in una Pietroburgo sterile di valori.

Gogol’ nasce a Velyki Soročynci nel distretto regionale di Poltava, oggi in Ucraina, il 20 marzo del 1809 da una famiglia di piccoli proprietari terrieri. Originario dunque di una regione meridionale dell’Impero Russo, lo scrittore si servì della a lui cara città natale per caratterizzare lo sfondo dei suoi primi romanzi. In Veglie alla fattoria presso Dikan’ka infatti ritroviamo quel caleidoscopio di fiabe, credenze magiche e folclore che, mescolandosi alle memorie storiche dei cosacchi, caratterizzano le tradizioni della sua terra d’origine. Tono ora allegro ora ironico, i racconti sono pieni di vita, di calore, e l’opera riscuote subito grande successo.

Nominato nel 1834 professore di Storia presso l’università di Pietroburgo, Gogol’ non spense mai quella sua imperante passione per la letteratura che lo portò nel 1835 a pubblicare due raccolte: una intitolata Mirgorod, titolo che si rifà ad una città molto cara all’autore fin dall’infanzia, e l’altra Arabeschi. Quest’ultima comprende già alcune delle novelle che ritroveremo nel ciclo I racconti di Pietroburgo del 1842. Basti citare Il Naso ed Il Cappotto: due tra le storie brevi dello scrittore più discusse dalla critica e riadattate anche nel panorama cinematografico.
Il cappotto: allegoria della condizione di vita del povero impiegato statale Akakij Akakievič, vittima dell’aspra crisi economica. Un indumento comprato a fronte di tante privazioni ma che poteva rendere al pover uomo la dignità che, nella Russia divisa in ranghi di Nicola I, si otteneva più per lo status sociale che si ricopriva piuttosto che per le proprie qualità.

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Edizione in lingua originale de “Le Anime Morte”

Già in questi racconti assistiamo ad un graduale cambio di tono dello scrittore che prende le distanze dalla visione fiabesca antecedente per avvicinarsi mano a mano ad una descrizione della società con sguardo più ironico, sottile, che desta ora compassione ora repulsione.
Un presente meschino, buio e grigio quello descritto da Gogol’, al quale contrappone il passato glorioso da lui evocato nel racconto Taras Bul’ba: qui lo scrittore esalta l’eroismo dei cosacchi, la loro allegria e la loro creatività, elementi ormai assenti nella società a lui contemporanea, culla soltanto di squallore e meschinità.
Chi tenta di uscire da questa società lugubre e inconsistente in cui, come l’avrebbe potuta descrivere Federico García Lorca, «L’aurora arriva e nessuno l’accoglie nella sua bocca, perché non c’è domani né speranza possibile», è destinato a combattere una partita interminabile, destinata a sfociare nella follia.
In questi racconti Gogol’ descrive la società con uno spiccato realismo, con descrizioni quasi maniacali, mischiate ad uno sguardo critico ed ironico che ne delinea i tratti grotteschi. Assistiamo ad una vera e propria disumanizzazione dell’uomo, ridotto in ultima istanza ad assumere i connotati di una mera maschera, burattino mosso dai fili delle convenzioni sociali, quasi un cavaliere inesistente privo di consistenza.

All’apice del suo successo, nel 1837 Gogol’ si recò a Roma dove, tra i caffè di via Condotti, iniziò la stesura del suo più celebre capolavoro: Le anime morteAlla base troviamo il progetto dello scrittore di creare un poema suddiviso in tre libri, seguendo il modello dantesco, che sarebbe dovuto partire dalla descrizione degli strati più infimi e corrotti della società, fino ad arrivare, nell’ultimo libro, ad una purificazione finale, seguendo un vero e proprio cammino di redenzione del protagonista. Qui il romanticismo di Gogol’ si mischia alla sua ironia di stampo petroniano e Dostoevskij individua in lui il germe di quella che sarà la successiva letteratura russa.

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Un monumento dedicato a Gogol’

Vasto affresco della Russia provinciale, il romanzo è forse quello più profetico di Gogol’. Il protagonista si vede circondato da una schiera di personaggi che partono dai ranghi più bassi dei servi, fino ad arrivare a quelli più alti dei possidenti e l’autore, grazie ad una accurata descrizione della vita e dei costumi, evoca in modo straordinario la società del suo tempo.

La tirannia del denaro unita al vicolo cieco creativo, porteranno lo scrittore, in preda ad una crisi religiosa, a rifugiarsi per un anno a Gerusalemme sperando di ritrovare la sua spiritualità.
È un periodo di contrasti interiori quello che affronta lo scrittore: da un lato, seguendo la sua indole cristiana, vorrebbe riuscire a comprendere gli altri e le contraddizioni della società, dall’altro si trova inesorabilmente a criticarla duramente.

Angosciato e disilluso da una società nella quale sembra non esserci speranza, in preda ad una crisi nevrotica, nella notte tra l’11 ed il 12 febbraio 1852 brucia la seconda parte de Le anime morte.

Al limite della follia, Gogol’ si spegne a Mosca il 21 febbraio 1852 a seguito di un periodo di digiuno.

E si copriva la faccia colle mani, il povero giovane, e molte volte, in seguito, durante la sua vita, tremò vedendo quanta inumanità sia nelle creature umane, quanta feroce volgarità si nasconda nella mondanità raffinata e illuminata, e, Dio mio! persino negli uomini che il mondo tiene per nobili e onesti.

Martina Baronti per MIfacciodiCultura

1 Commento
  1. ROSSANA ZITARELLI dice

    Bell articolo! Ben scritto che mi ha fatto molto piacere leggere!

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