“Pape Satàn Aleppe”, il commiato di Eco da una società liquida

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La copertina dell'ultimo libro di Umbero Eco, Pape Satàn Aleppe, la cui uscita, prevista in maggio, è stata anticipata a sabato 27 febbraio, Bologna, 20 Febbraio 2016. Lo annuncia l'editore Eugenio Lio che con Elisabetta Sgarbi, Mario Andreose e Anna Maria Lorusso si sono dimessi da Bompiani per la nuova casa editrice La nave di Teseo. Il libro consegnato e corretto dallo scrittore, con la copertina disegnata da Cerri, aspettava solo di andare in stampa per La nave di Teseo. ANSA/ WEB

Trovandosi di fronte al tomo in brossura, dall’improbabile scelta cromatica rosso-fucsia-viola come copertina, vien da chiedersi perché Umberto Eco abbia eletto proprio Pape Satàn Aleppe come suo ideale epitaffio, come pietra tombale. David Bowie ha costruito il suo Black Star come un commiato cosciente nel deliberato tentativo di lasciare una traccia di spessore, avendone tempo e modo: ma Eco? Subito dopo la scomparsa, anticipata l’uscita in libreria di qualche mese, la notizia che circolava era che il volume fosse una raccolta di saggi, di 470 pagine.

Alla riprova dei fatti, il tomo è sì una raccolta, ma di Bustine di Minerva: per i pochi che non lo sapessero, la rubrica che Eco ha tenuto per oltre 30 anni sulle pagine dell’Espresso, anzi sull’ultima pagina della rivista, sorta di dulcis in fundo o di in cauda venenum, a seconda dei punti di vista. In ogni caso, questo rende senza dubbio la lettura di quasi 500 pagine di Eco più agile ed agevole, ma rende anche impossibile una recensione in senso proprio.
Discutere sul corpus dell’opera non ha un gran significato, perché per definizione l’opera non è unitaria e l’argomento è enorme quanto quello, appunto delle Bustine, ossia lo scibile umano + l’attualità mondiale, un po’ come prendere in esame gli insiemi dei numeri razionali, irrazionali ed immaginari. La struttura, per contro, è costituita esclusivamente dalla scelta di suddivisione delle Bustine: 14 capitoli tematici che contengono un numero variabile di pagine in ordine cronologico di apparizione, dal 2000 al 2015. Quanto alla scrittura in sé, la fraseologia di Eco è nota nella sua complessità come nella godibilità: d’altronde, nelle Bustine era (è) spesso compressa negli ex 6 moduli, 30 righe per 60 battute, o al massimo raddoppiava, e, per usare una metafora di design, non è possibile disegnare un’ammiraglia lunga 3 metri e 90.

Questo non vuol dire che di Pape Satàn Aleppe non si possa parlare e discutere in lungo e in largo. Io mi ci sono approcciato al modo in cui leggo le riviste ed i quotidiani, cioè partendo dal fondo: apro a caso ed impatto una Bustina dal titolo Siamo tutti matti?, la seconda è Gli imbecilli e la stampa responsabile.

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Una “Bustina” del maggio 2014

Partiamo benissimo.

Dopodiché, ripreso Pape Satàn Aleppe per il verso corretto, mi ha dato l’ineffabile piacere che provo nel leggere le notizie scadute: in particolare, leggo i giornali sportivi solo a competizioni avvenute, per il gusto di vedere la vanità di vanità delle previsioni vanificate, ovvero non-notizie per non-giornali che non avevano senso. Riprendendo elzeviri già datati, Eco si è, in piena coscienza, esposto al “rischio” di ripetizione di concetti (visto il raggruppamento tematico, e la distanza anche pluriennale tra uno scritto e l’altro), ma anche a quello di esporre punti vi sita rivelatisi, a posteriori, parziali o erronei.

Sarebbe un sottile piacere cogliere in fallo un vaticinio di Eco, una valutazione sorpassata dall’evoluzione dei fatti: ovviamente, questo piacere non ci è riservato. Quindi, in una sorta di ritorno al Futuro, leggiamo di downgradingSiate tesi al futuro! Indietro a tutta forza»), di Società anti-patriottiche sorpassate degli eventi, della diffusione dei talent-senza-talent sulla scorta dell’esigenza, per esistere, di una fama wahroliana (nel 2002), citazioni di Zygmunt Bauman sulla società liquida, della pubblica esposizione di sé come prova di esistenza sociale, della oggi diffusissima Schadenfreude,,di body modification e filosofia cyberpunk, di offuscamento della dimensione storica, di una Generazione di Alieni che vive/ha ridotto la Terra da un insieme di non-luoghi, della scuola che non è più il luogo dell’apprendimento, e dei disastri che provoca la mancanza di gavetta (Maria de Filippi docet, ma anche tutte le grandi imprese italiche zeppe di rampolli a-meritori). Leggiamo dell’essenzialità degli hacker, in un cerchio diabolico in cui il contestatore potenzia ciò che crede di distruggere.

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Sean Connery e Christian Slater protagonisti della trasposizione cinematografica de “Il nome della rosa” (1986)

Tra «compreremo pacchetti di silenzio?» ed un semi-riferimento a Rollerball o Minority Report, tra un elogio ad Art Spiegelman ed una disquisizione tra veline del MinCulPop e quelle di Striscia, non siamo arrivati nemmeno a pagina 200. E così, con una sovraesposizione di Bustine, capiamo profondamente il senso della definizione data dell’enciclopedismo di Eco, ossia la sinossi illimitata che caratterizzava il Nostro: l’autore de Il Nome della Rosa e del Problema estetico in San Tommaso che aveva Dylan Dog tra le sue letture preferite.

In quindici anni di Bustine, abbiamo riscontrato una sola debolezza argomentativa: riguardo al dibattito circa la reale discesa degli USA sulla superficie lunare, l’argomento conclusivo di Eco è che gli statunitensi sono scesi sulla superficie lunare perché i sovietici sono rimasti zitti, ecco la prova che gli americani sulla Luna ci sono andati davvero. Punto e basta. E per tutto il capitolo e le relative Bustine aventi per argomento le teorie dei complotti l’atteggiamento è simile, ai complotti manca una Gola Profonda e non viene fatto un accenno al concetto di massoneria (ma viene alquanto sbeffeggiato Dan Brown).
Considerare questo una mancanza, però, sarebbe davvero improvvido: semmai, un neo qui e lì contribuirebbero  a renderci Eco più simpatico di quanto già non fosse, e un po’ più umano nella sua mirandoliana enciclopedicità.

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Zygmunt Bauman

Ma l’aspetto fondamentale è un altro, che ci coglie con la lacrimuccia mal repressa e lo sgargiante volume posato in grembo. Il Cyrano di Guccini non trovava più la strada in questa vita d’oggi, Eco cita Bauman per la società liquida in cui «non è sempre facile trovare una Stella Polare»: una ricerca, di questa stella, durata una vita intera, un viaggio che è la spiegazione di questa tappa finale

Pape Satàn Aleppe è la conclusione ideale del viaggio di Umberto Eco: non un elogio funebre e nemmeno un bilancio finale, ma un sentito, vibrante Amarcord.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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