“Alice nelle città”, restauro di un romanzo di vita

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alicecities1È ufficiale la restaurazione in una nuova versione in 2K di uno dei capolavori di Wim Wenders, Alice nelle città. Il film del 1973 appartiene al famoso trittico di film ambientati on the road del regista tedesco assieme a Falso movimento (1974) e Nel corso del tempo (1975). Fortunatamente, oggi moltissime opere del passato possono essere restaurate per poter goderne appieno della visione. Immensi capolavori che probabilmente si impolvererebbero sullo scaffale di qualche cinefilo, lontano dal pubblico. Eppure tantissime pellicole avrebbero molto da insegnare e da trasmetterci, sprazzi di epoche lontane ma così vicine.

Il film racconta di un giornalista tedesco di nome Philip Winter (Rüdiger Vogler) in crisi e deluso da un viaggio di lavoro negli Stati Uniti. L’incontro con una bambina di nome Alice cambierà in modo indelebile il suo destino. Essa è una sua connazionale di nove anni, abbandonata dalla madre in aeroporto e alla ricerca della nonna, di cui ha una fotografia. Da qui inizia un viaggio per la terra tedesca, con tutti i suoi pregi e difetti.

Alice nelle città è il classico road-movie senza però molti degli elementi che contraddistinguono il genere.

2169062,bp5wWWJPfry7mw7zL1vblU0333wagbGhNTDVI2gc4tJcQ+lbJkmh4wHZ3AG78s0nsg9xWIoDjEulptc+tWpopQ==L’elemento chiave della storia è il viaggio di Philip Winter, uomo in piena crisi, alla ricerca di un cambiamento. Wenders interviene su questo viaggio facendo interagire il protagonista con i temi ricorrenti delle sue opere. Sottolinea il suo rapporto con l’America (a cui si contrappone la Germania), così emozionante e fantastico, ma anche così in rovina, complice il marcato distaccamento dell’uomo dalla sua esistenza causato dalla società dei consumi. Fondamentale è anche l’autobiografia del racconto, necessaria per lo svolgimento della storia. Winter è partecipe di questa nuova società, ma giorno dopo giorno si ritiene sempre più insoddisfatto a causa di un ambiente arido e inconsistente mai notato prima.
Da sottolineare senz’altro la riflessione sui mezzi di espressione e la rappresentazione del reale, in quanto il film si apre con il giornalista smarrito, in contemplazione delle Polaroid scattate al suo vagare per stazioni di servizio e motel d’America alla ricerca dell’immagine perfetta. Il viaggio diventa una metafora della vita incentrata su un cambiamento e su una ricerca di qualcosa di non ben precisato ma necessario per il proseguimento dell’esistenza. In questo percorso interviene Alice (Yella Rottländer), una creatura indifesa che riesce a interrogare nel più profondo Winter. La sua immediatezza e spontaneità riusciranno a tirar fuori il giornalista dalla fossa della crisi, portandolo quasi a una redenzione.

La vita di Philip può facilmente essere paragonata a quella di tutti noi. Le nostre esistenze sempre più uguali e monotone ci hanno portato a un conformisto non voluto. In un mondo adulto in piena crisi si contrappone quello dei bambini, spontaneo e puro come solo loro possono essere. Alice è la chiave che il protagonista ha per ritrovarsi e poter affrontare ancora con ottimismo e serenità la sua esistenza. Il percorso non è per niente semplice, la schiettezza della giovane lo mette a nudo davanti ai suoi problemi, lo sconvolge. Grazie proprio a questo caos il protagonista riesce, come disse Nietzsche a partorire una stella danzante, portandolo sulla via della felicità.

Marco Gobbi per MIfacciodiCultura

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