William Gibson: quando la letteratura incontra la realtà virtuale

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IMG_5867Nell’epoca postmoderna, la letteratura esplora nuove forme di espressione e sta al passo con le innovazioni. Il nuovo sistema-mondo entra negli scritti e prende forma nelle opere letterarie, proiettandosi in un futuro prossimo.
William Gibson nasce il 17 marzo 1948 ed è uno dei maggiori esponenti di questa corrente letteraria, il Cyberpunk. Nato intorno agli anni Ottanta del Novecento, il Cyberpunk è figlio diretto della fantascienza, ma ha nel proprio DNA il mondo virtuale. L’illusione e l’immaginazione si associano alla tecnologia, attingendo a piene mani a mondi paralleli, creati dal progresso tecnologico. E seppur questo mondo scateni meraviglia e curiosità in un pubblico non ancora assuefatto alla magia del virtuale (come al giorno d’oggi), non manca già in quell’epoca una corrente di critica.

downloadIl Cyberpunk, e in prima linea William Gibson, si pone nei confronti della tecnologia con non poco spirito di denuncia. Nel 1977 Gibson pubblica Fragments of a Hologram Rose (Frammenti di una rosa olografica), dove le grandi multinazionali diventano il nemico dell’umanità.  Un umanità che non è solo, in senso stretto, l’uomo nella sua fisicità e materialità, ma anche l’uomo come esistenza e vita. Gli interessi economici degli uomini potenti mettono l’individuo e la sua quotidianità di fronte alla sua finitezza. Addirittura, lo violentano, rendendolo un piccolo essere che si muove nella Grande Macchina del mondo, come un criceto nella ruota. È un mondo degradato, sconfitto, svilito. La salvezza sta nel cyberspazio, un mondo collaudato ad hoc per l’illusione, rappresentata da mondi simulati e digitali: è una dipendenza tossica, ma di cui non si può fare a meno.

Ancora più carne (marcia) al fuoco viene messa con Johnny Mnemonic, 1981. Qui, Gibson presenta un prototipo di uomo cyborg a cui vengono aggiunte macchine tecnologiche per renderlo “più capace”. Insomma l’essere umano non è più cosa di questo mondo, anzi è un intruso che si deve adattare allo strapotere di pochi e soprattutto al progresso.

Stupefacente. L’opera di Gibson è stupefacente se si pensa che questo mondo alla Hunger Games, dove l’uomo è una pedina nelle mani di un qualcuno grasso e ricco che, per i propri interessi, gioca a scacchi con la vita umana, sia stato prodotto ed immaginato già negli anni Settanta, quando la tecnologia non aveva ancora assorbito in sé così tanti aspetti del reale. A posteriori diremmo: quanta verità, consapevoli di quanto il mondo virtuale controlli il nostro modo di vivere.

IMG_5870Facebook, Twitter o Instagram ci insegnano ogni giorno che la vita non esiste se non è condivisa nel web: Post it or it didn’t happened! Quando capisci che il web sa più cose su di te quasi di te stesso, cominci a riflettere. Questo mondo alternativo ci ha imposto che le pagine si scorrono col dito e non si sfogliano, le persone sono profili e il contatto non si ricerca più sul mattone delle pagine bianche, ma online. Per qualsiasi bisogno il mondo virtuale ti soddisfa. Non c’è più alcuna distinzione di sorta, nessun confine che segni il limite fra vita reale e virtuale.
Siamo davvero dei puntini, come i personaggi di Gibson, costretti a scappare da ciò che più ci appartiene e ci caratterizza, l’umanità?

È uscendo dalla scatola che si frega il sistema e ci si riappropria della libertà e dignità umana, intuendo le mosse dell’avversario: scacco matto!

Sofia Zanotti per MIfacciodiCultura

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