“Moi” al Filodrammatici, ovvero un omaggio a Camille Claudel tra arte e follia

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MOI-3«Il mio artista preferito? Io».
Così parlava a poco più di vent’anni la scultrice Camille Claudel (Fère-en-Tardenois, 8 dicembre 1864 – Montfavet, 19 ottobre 1943). Ben lungi dall’essere l’affermazione di egotistica narcisista, questa frase provocatoria racchiude in sé probabilmente la cifra artistica (ma anche la crisi esistenziale) di un’anima inquieta, femminile, ferina e delicata allo stesso tempo, l’anima di un grande artista costretto all’oblio, come molti altri che con lei hanno in comune il genere, e che è passata alla storia “solo” per essere stata la musa e la compagna di Auguste Rodin di vent’anni più vecchio di lei, per aver tentato di ingelosirlo intavolando una burrascosa relazione nientemeno che con Debussy nel periodo in cui lui aveva deciso di non troncare la sua lunga liaison con Rose Beuret e che infine finì i suoi giorni nell’ospedale psichiatrico di Montfavet presso Avignone, dove fu rinchiusa per trent’anni, abbandonata dall’uomo della sua vita, sconvolta per la morte del padre, tradita da una madre castrante e da un fratello diplomatico in carriera, che avevano deciso di sacrificare l’amore di cui aveva bisogno la giovane donna alle regole del quieto vivere borghese.

camilleclaudel
Camille Claudel

Con uno spettacolo che non a caso si intitola Moi, dove il dibattuto io narrante è proprio quello dell’artista, che è stato in scena per due sole repliche fuori stagione al Teatro Filodrammatici, l’autrice Chiara Pasetti decide ora di rendere omaggio alla Camille donna, prima ancora che alla Camille scultrice. A quel coacervo di passioni che lo stesso Rodin una volta osò definire «una natura profondamente personale, che attira per la grazia ma respinge per il temperamento selvaggio».
Personalità, grazia, temperamento, sensualità… Parole che vengono in mente leggendo la biografia e scorrendo le opere di Camille, o i “ritratti” appena abbozzati che Rodin stesso ci ha lasciato di lei.

Caratteristiche che Chiara Pasetti ha cercato di ricostruire per (ri)dare vita alla sua Camille Claudel. Nell’intensa interpretazione di Silvia Lorenzo viene tratteggiata l’ultima Camille, la Camille abbandonata, sola a fare i conti con i suoi demoni interiori. In una scenografia volutamente scarna ed essenziale, l’attrice, da sotto una spessa frangia di capelli corvini, sfruttando la fisicità esile e allo stesso tempo nervosa che la contraddistingue, mette in mostra le inquietudini dell’artista. Inquietudini che si trasformano ben presto (almeno a partire dal 1913, anno di morte del padre) in un vero e proprio disagio psichico. Ma come molti studiosi hanno dimostrato (e come Pasetti, grazie allo sguardo delicato ma non paternalistico del regista Andrea Gattinoni, a sua volta tenta di far emergere) Camille non era realmente pazza, aveva solo bisogno d’amore. E una volta che lo avesse conquistato (o che l’amore, coi suoi fisiologici sconvolgimenti, avesse conquistato lei) poteva battersi fino allo sfinimento per trattenerlo, vivendo l’angoscia della perdita come uno spasmo letale.

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L’Âge mûr, 1894-1900

Già Isabelle Adjani aveva vestito i panni di Camille Claudel, nel 1988, in un biopic che le valse la nomination all’Oscar e un Orso d’oro a Berlino (meno fortunata sarebbe stata la Camille già rinchiusa in manicomio di Juliette Binoche nel 2013). La differenza tra la cinematografica Camille della Adjani e quella teatrale firmata dalla coppia Pasetti-Lorenzo, è sostanzialmente una:  non più donna fragile che vive ed esiste solo per mezzo del suo tormentato rapporto (di subalternità, potremmo dire) con Rodin, scultore prima ancora che uomo, ma donna a tutto tondo che vive (anzi sopravvive) per se stessa, consapevole malgrado tutto di non poter (e non voler) farcela da sola. Già allontana dal mondo che l’ha rifiutata perché incapace di lasciarsi inchiodare in rigidi dettami sociali, la Camille di Moi rievoca il dolore per il suo amore finito attraverso la voce dell’amante (che riecheggia solo nella sua testa?) che appartiene a Massimo Popolizio.

Un dolore a cui la Claudel dette forma nella sua opera più famosa: L’Âge mûr, del Museo d’Orsay, commissionatale indirettamente nel 1895 dallo stesso Rodin, esposta nella sua versione in gesso e realizzata in bronzo solo successivamente. Riconoscibile per la maestosità e l’imponenza, per lo stile spiccatamente rodiniano ma allo stesso tempo personale e soprattutto per l’evidente contenuto autobiografico in cui una piccola Camille in ginocchio cerca di trattenere il titanico “vecchio” amante che l’abbandona per un’altra (secondo alcuni, in una facile lettura psicanalitica che strizza l’occhio a quel complesso edipico freudiano tanto in voga fin dai primi del Novecento, in realtà rappresenta la figura paterna in occasione della sua dipartita). Un’opera che probabilmente avrà fatto storcere il naso a generazioni di femministe, per l’evidente auto-umiliazione che sembrava volersi infliggere la donna nei confronti dell’universo maschile, ma che forse ha di bello il voler dare corpo (e questo è anche l’intento dello spettacolo di Chiara Pasetti) a tutta la sua fragile e profonda umanità.

Leonardo Cesari per MIfacciodiCultura

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