“Il colore dell’erba”: aprire gli occhi all’integrazione

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Qual è l’esatta definizione di cinema? Una delle diciture più usate è: «Tecnica di ripresa e di visualizzazione di immagini in movimento».

Si tratta ovviamente della riduzione all’osso del concetto di cinema, molto più vicino alla definizione di cinema muto piuttosto che dei film come li percepiamo oggi. Suono, musica, effetti. Di fatto, il cuore del cinema sta proprio nello splendore dell’illusione dell’immagine in movimento. Non a caso vengono definiti prodotti audio-visivi, con priorità all’aspetto grafico a quello sonoro.

Il-colore-dellerbaL’immagine in movimento nel cinema ha una sua indipendenza narrativa e un valore estetico. Cosa succede allora quando si vuole fare un film in cui le immagini passano in secondo piano? Un film che può essere visto, ma anche solo ascoltato?

Il colore dell’erba di Juliane Biasi Hendel non è soltanto un road movie su due giovanissime amiche non vedenti, ma è anche il primo film che può essere fruito ad occhi aperti o “chiusi”. La storia di crescita di queste due giovani protagoniste sulla strada che le condurrà all’indipendenza è raccontata attraverso un paesaggio uditivo, vivo e coinvolgente creato dal sound designer Mirco Mencacci, un’istituzione nel mondo sonoro, già collaboratore di Marco Tullio Giordana, Ferzan Özpetek e Michelangelo Antonioni.

La stretta e paritaria collaborazione tra sound designer e regista ha fatto sì che questo film possa unire nella fruizione sia gli spettatori vedenti che non vedenti. Poco importa se il film è riuscito o non riuscito. Se effettivamente il solo audio riesce a restituire le stesse emozioni e suggestioni delle immagini. In ballo c’è qualcosa di più importante della riuscita di un prodotto. In ballo c’è il concetto di integrazione, concretizzatosi per stessa ammissione dei non vedenti presenti durante la visione (mi si permetta il termine) del film. In ballo c’è la possibilità di una apertura ad un cinema che possa  mettere sullo stesso piano immagini e suoni, suggestioni visive e sonore. Insomma, un film per far “aprire gli occhi” sull’integrazione, un film in cui puoi scegliere di chiudere gli occhi per capire meglio l’altro.

Federica Cunego per MIfacciodiCultura

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