“You and I”, ovvero Jeff Buckley e noi

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sxm4y8C’è chi dice che sarà oggi, altri riferiscono il 16 marzo: giorno più, giorno meno, sta per essere pubblicato You and I, album postumo del mai abbastanza compianto Jeff Buckley.

Jeff è morto il 29 maggio ’97 annegato, niente storie di droga o di Club 27, e ci ha lasciato solo un album, Grace, oggi vero e proprio cult.
Ovviamente se non fosse morto così prematuramente le cose sarebbero andate diversamente: non sappiamo però se quell’album sarebbe stato così osannato come lo è oggi, non sappiamo se i dischi successivi sarebbero stati altrettanto validi né se la sua carriera si sarebbe rivelata un fallimento. Ma questi sono i se che regala una morte improvvisa sopraggiunta in giovane età: cristallizza in un momento di massima bravura e bellezza una persona, quindi eletta a icona. Di contro però c’è chi, proprio perché un musicista viene tanto osannato, ha una reazione di rigetto, non considerando, talvolta per partito preso, i meriti di quel determinato artista.

Perciò l’arrivo di questo ennesimo album postumo ha riacceso un interessante dibattito intorno a Buckley e alla sua produzione artistica post-mortem: c’è chi non vede l’ora di ascoltare nuovamente la voce di Jeff, chi non tollera l’ennesimo tripudio intorno ad una presunta icona e soprattutto chi ritiene quest’album una mossa commerciale di basso di livello, volta esclusivamente a “monetizzare” ulteriormente il talento di questo musicista.

Article Lead - wide1002635278gkxycyimage.related.articleLeadwide.729x410.gkxyby.png1447573919144.jpg-620x349Ad alimentare la polemica è soprattutto il fatto che questo album non propone inediti, bensì cover che Jeff Buckley eseguì principalmente tra il 3 e il 5 febbraio del 1993 allo Shelter Island Sound di New York, per altro brani tutti già reperibili sul web da diversi anni (Youtube non mente), perciò non un arricchimento della storia breve musicale di questo artista, non una spiegazione ulteriore delle sue creazioni e sperimentazioni in ambito musicale, semplicemente un’ennesima raccolta. E quante ne sono già state fatte negli ultimi 18 anni tra cofanetti, live, rimasterizzazioni. Solo Sketches for My Sweetheart the Drunk è stato un reale album postumo, per altro incompiuto perché Jeff morì a metà della lavorazione. Il resto pare sia stato pubblicato quasi per sfruttare il gran numero di fan inconsolabili di Jeff, mancando alle spalle un vero interesse per la diffusione della sua musica.

A gestire il patrimonio musicale di Buckley è la madre Mary Guibert, che ha dichiarato questa essere una dichiarazione d’amore nei confronti del figlio e della sua musica, lasciata così com’era senza nessun orpello aggiuntivo, pura come lo era lui.
Certo, da un lato un così grande seguito può far gola dal punto di vista economico, ma cambiando prospettiva You and I diviene il gesto di una madre che, 18 anni dopo, ancora non si capacita di una morte così sciocca per il figlio, all’inizio per altro di una brillante carriera.

Il processo di gestione dell’eredità musicale di musicisti scomparsi e la pressione che si vive nell’esserne il curatore non assomigliano per nulla a quanto accadrebbe se l’artista fosse ancora vivo. Niente. Nulla nel contratto di registrazione di un artista dice: “Se l’artista muore, il controllo passerà a sua madre”, e questo riguarda anche il contratto firmato da Jeff. Eppure, negli ultimi 18 anni, ho avuto lo straordinario privilegio di avere il ruolo di produttrice per ognuna delle sue uscite postume. È stato un misto di desiderio, timore e senso del dovere che ho messo in gioco per contribuire a creare progetti che onorassero la suprema arte di Jeff e preservassero la sua autenticità.

(dalle note di copertina di You and I)

jeff-buckley-you-and-iMary ha definito le sue registrazioni “reliquie” e ciò fa ben capire come ogni singola nota registrata da Jeff sia un modo per ricordarlo e per sentirlo ancora vivo, per ammutolire anche solo per il tempo di una canzone, la faticosa rassegnazione alla perdita di un figlio.

Insomma, You and I non è nulla di nuovo e Jeff Buckley come tutti gli artisti avrà sempre i suoi fan e i suoi detrattori. Inutile arrovellarsi troppo, perciò ascoltiamo le 10 tracce in religioso silenzio: siamo soli con lui, che ci parla e ci colpisce nel punto più debole della nostra malinconia. Oppure, semplicemente, porgiamo il nostro orecchio ad altri generi.

Ecco la breve tracklist: tutte cover di artisti fondamentali per la formazione e la produzione del nostro

1. Just Like A Woman (Bob Dylan cover)
2. Everyday People (Sly & The Family Stone cover)
3. Don’t Let The Sun Catch You Cryin’ (First recorded by Louis Jordan)
4. Grace (original)
5. Calling You (Jevetta Steele cover)
6. Dream Of You And I (original)
7. The Boy With The Thorn In His Side (The Smiths cover)
8. Poor Boy Long Way From Home (traditional blues song, Bukka White cover)
9. Night Flight (Led Zeppelin cover)
10. I Know It’s Over (The Smiths cover)

 

Carlotta Tosoni per MIfacciodiCultura

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