Il pARTicolare. “Il Primo Migrante” di Stefano Bosis

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Il pARTicolare. “Il Primo Migrante” di Stefano Bosis

 

Oggi, 3 Ottobre 2016, sono trascorsi tre anni dalla tragedia di Lampedusa. Sono stati tre anni terribili per i migranti. Vorrei parlare oggi di questo tema con un mio pARTicolare dedicato a un’opera potentissima di Stefano Bosis, Il Primo Migrante (2016), esposta per la prima volta l’11 Marzo 2016 alla Galleria Magic Beans di Berlino.

 

Allora, cara Fede, faccio una prateria post-atomica.
In realtà deve solo rimandare ad un leggero luogo post-atomico.
Perché non deve essere definito, ché altrimenti ricado in una scatola.
E io le scatole non le amo molto.
Perché chiudono.

Stefano Bosis, Il Primo Migrante (2016).

Il tema della migrazione è sempre più vivo e sociale. Ogni giorno di più, ogni momento di più. Il telegiornale racconta quotidianamente cosa sta avvenendo tra i confini degli stati, nel mare, nei barconi. I volontari e le loro mani e i loro cuori santi. La politica assente. Bambini che consolano padri, malattie, freddo, documenti sbagliati, file interminabili, polizia violenta. Fili spinati.
Fili e muri di confini, che chiudono. Confini che delimitano finali di terre mai esistiti.
Stefano in una opera sola distrugge tutta la retorica di questi mesi, e anni. Retorica di parole, e servizi, e fotografie rubate e prese a bandiera di una presunta umanità.

Osserviamo l’opera.

Stefano Bosis, Il Primo Migrante, Olio su tela 150 cm x 150 cm, 2016
Stefano Bosis, Il Primo Migrante, Olio su tela 150 cm x 150 cm, 2016

Siamo come in una prateria infuocata da arancioni, gialli e rossi.
Sulla sinistra, un gorilla, con addosso solo un paio di boxer. In piedi, schiena diritta, tiene nelle sue mani due valigie. Sulla destra, un cane lo guarda, quasi incatenato al suo sguardo.
Intorno, il nulla.
La prateria ha i colori del grano, con qualche pennellata di verde, bianco e blu. E una pennellata sorprendente, luminosa e azzurra, sulla zampa di quel cane in attesa di qualcosa. Come se fosse pronta a correre, al primo segnale del suo padrone.
Il cielo invece è un vortice. Ritorna William Turner nelle realizzazioni di Stefano Bosis. Ma con un colore più definito, più piatto. Le pennellate sono stese, definitive e decise. Larghe e lisce.
Vi sono due tipi di pennellate, in realtà, in questa opera. Pennellate piatte e lisce nel cielo, veloci pastose e nervose sulla terra. Eppure, sullo sfondo, dove cielo e terra dovrebbero congiungersi, troviamo una linea di orizzonte definita che dà un profondo senso di campo eterno, di spazio prospettico e di occhio che si perde nel mondo.
Questo è il pARTicolare. Non vi è un luogo di definizione delle due parti. Vi è quella linea di orizzonte che segna l’infinito, l’incapacità della natura di definirsi in limiti o certezze.
Ci poniamo subito delle domande. È una scena che crea domande, una dopo l’altra.
Perché un gorilla, ad esempio. E perché un cane.
Stefano mi spiega che noi uomini discendiamo tutti dai primati, e i primati viaggiavano, si spostavano, erano migranti per eccellenza.
– Discendiamo dalla stessa specie, siamo tutti uguali. È così ci dovremmo trattare. Anche i nostri antenati migravano e si spostavano, chi per sopravvivere chi per migliorare le loro situazioni. Senza le onde migratorie del passato dovute a guerre e altro non ci sarebbero probabilmente nemmeno gli Stati che oggi chiudono Schengen.- Così mi dice, Stefano.
È pronto, il gorilla, con le sue due valigie.
Ha uno sguardo bellissimo. Tagliente, terribilmente umano e non animale, ricco di sfumature. Dolente e sorpreso. Speranzoso e in attesa. Impaurito e bramoso. E le labbra semi aperte, come a volerci dire qualcosa. Uno sguardo che un po’, forse, riprende il nostro di spettatori.
Il cane osserva. Il migliore amico dell’uomo guarda e aspetta la decisione del primate. Il gorilla guarda ciò che vediamo noi: l’orizzonte. E forse è cosciente che lì, nel fondo, non vi è una congiunzione, né nei colori, né nelle pennellate. C’è un infinito che porta a perdersi. E porta solo a desiderare altro, a cercare altro. Non sa dove sta andando, non sa cosa ci sarà, oltre quell’orizzonte.
Poi, un’altra domanda.
In che epoca ci troviamo? Presente? Passato? Futuro? Se il gorilla è gorilla, nel passato, ma se il gorilla rappresenta l’uomo, allora è ora, o poi, o sempre. Oppure mai.
Un tempo comunque “infinito”. È un tempo senza tempo, come ancora a sottolineare l’atemporalità della migrazione, che sembra un tema nato solo ora, perché retoricamente tocca parlarne. Ma è un tema eterno, perché è insito nell’animo, nel corpo e nell’evoluzione umana.
Stefano mi cita uno scritto che non conoscevo.

“Mi dica, che cosa spinge l’uomo alla guerra?”, chiedeva Albert Einstein nel 1932 in una lettera a Sigmund Freud. “È possibile dirigere l’evoluzione psichica dell’uomo in modo che egli diventi più capace di resistere alla psicosi dell’odio e della distruzione?” Freud si prese due mesi per rispondergli. La sua conclusione fu che c’era da sperare: l’influsso di due fattori – un atteggiamento più civile, ed il giustificato timore degli effetti di una guerra futura – avrebbe dovuto mettere fine alle guerre in un prossimo avvenire. Giusto in tempo la morte risparmiò a Freud gli orrori della Seconda Guerra Mondiale. Non li risparmiò invece ad Einstein, che divenne però sempre più convinto della necessità del pacifismo. Nel 1955, poco prima di morire, dalla sua casetta di Princeton in America dove aveva trovato rifugio, rivolse all’umanità un ultimo appello per la sua sopravvivenza: “Ricordatevi che siete uomini e dimenticatevi tutto il resto”.
Tiziano Terzani racconta, in una lettera a Oriana Fallaci.

E allora tornano le parole di Primo Levi, che mi risuonano in testa tanto, tanto, in questi giorni di immagini e racconti continui. Questi, sono uomini? E non solo i migranti che subiscono le peggiori torture e privazioni, ma anche noi. Siamo uomini? Siamo umani? Ne siamo ancora capaci, insomma, di essere umani? Di provare Compassione, ovvero di Patire con. Di provare Empatia, sentendo quelle emozioni e sentendoci comunque uniti, uguali?
Sotto quel cielo che non termina, e in quella prateria che non finisce?

Neanche io le amo le scatole, caro Ste.
Mi capita spesso quando sono al mare, di passeggiare sulla spiaggia e poi di fermarmi.
Allora gli occhi si riempiono di luce, aria e lacrime.
Guardo il mare.
C’è chi dice che guardando il mare l’idea di felicità diventi immediatamente semplice.
Allora guardo e mi sembra che niente finisca. Poi se stai attento, lì, in fondo, lì proprio lì.
Lo vedi?
Dove il cielo sembra finire e il mare sembra finire e i due sembrano toccarsi.
Non si toccano, invece.
È solo un’impressione.
Il mare non finisce il cielo non finisce. Tutto intorno, dentro e in fondo alla terra.
E guardo e penso che non c’è confine tra me e chi non c’è più.
Lo sento in me.
E penso che non c’è neanche un confine dentro, di me.
Mi capisci?
Se non ha confine il mare. E non ha confine il cielo.
Chi sono io per mettere confini qui?
Neanche io le amo le scatole, caro Ste.
Le linee e i contorni li lascio, solo,
a chi non sa più sognare.

Federica Maria Marrella per MifacciodiCultura

Per Approfondimenti:

www.magicbeans.gallery

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