“Il Bugiardo” goldoniano sbarca all’Elfo tra contemporaneo narcisismo e classica comicità

0 830

bugiardo3Una fame atavica di “spiritose invenzioni”, voli pindarici dell’immaginazione attraverso finestre spalancate sulla pochezza e sulla mediocrità dell’esistenza. Così si presenta Il Bugiardo goldoniano nella versione inedita, eppur classica, di Maurizio Lastrico, in scena fino al 13 marzo all’Elfo Puccini, vera fucina tanto dell’avanguardia teatrale quanto della tradizione attoriale made in Italy.

Alto e delavé come un dandy contemporaneo, con lunghi riccioli riuniti in uno chignon e l’occhio bistrato come uno di quei latin lover da club alla moda, capaci di far girare la testa alle ragazze con promesse di vite oltre il limite dell’ordinario, il Lelio di Lastrico, magistralmente diretto da Valerio Binasco, inventa storie sempre più sopra le righe per sfuggire alla banalità della vita, o forse per mera autoaffermazione, perché non si dica che è il nessuno da cui cerca disperatamente di fuggire. Autore di inganni e soprattutto autoinganni destinati a non avere fine, in un tripudio di narcisistica inconsistenza che sfiora il patologico, scala le vette della comicità, ma anche di tutta l’umana fragilità, saltando di menzogna in menzogna, fino ad accartocciarsi su se stesse attraverso i contrappunti  spassosi, a tratti grotteschi  che gli forniscono gli altri protagonisti di questa piéce dalla modernità inaspettata: le litigiose sorelle Lisaura e Beatrice, il rissoso cavalier Ottavio, il saggio Brighella, il timido Florindo, incastrati in una tela senza sbavature, fatta di gag spumeggianti e ottimi tempi comici che tengono sul chi vive il pubblico, come avrebbe voluto Goldoni, in attesa che i nodi vengano al pettine, in attesa del prossimo equivoco (e della prossima grossolana invenzione del nostro bugiardo); il pubblico è, dal suo punto di vista privilegiato, l’unico conoscitore onnisciente di una verità che a stento è in grado di ammettere se stessa.

bugiardo1Una compagnia affiatata (la Popular Shakespeare Kompany) si muove con disinvoltura tra trovate originali e allo stesso tempo classiche (che sanno davvero di commedia dell’arte), in una scenografia essenziale. Su tutti campeggia, vero alter ego di Lelio, il servitore Arlecchino, sgherro-macchietta dal corpo completamente tatuato. Fil rouge che unisce i personaggi è quello di cadere tutti, fino all’ultimo, senza eccezione, nelle “spiritose invenzioni” del bugiardo. Quando il castello di carte però viene giù, e il protagonista (che nostro malgrado adoriamo) si ritrova allo scoperto, egli è talmente impigliato nella sua ragnatela di falsità che l’unica volta che dice il vero, e confessa il suo amore sincero per Lisaura, non viene creduto. Ma la lezione di questo Goldoni in chiave contemporanea va ben oltre.

La scena si svolge infatti in un campiello di Venezia, come da copione. Un gondoliere arriva remando dalle quinte, un caffettiere si affaccia dalla sua bottega a curiosare, un venditore di palloncini passa sullo sfondo in un gioco di luci e ombre. Ma prima che un luogo fisico, il campiello del Bugiardo è un luogo dell’anima, quell’avamposto che nessuno di noi vuole ammettere di avere nel profondo di se, ma con il quale è inevitabile dover fare i conti. Serrato nella monotonia di vite preordinate, sin da quando, ancora bambini, ci hanno insegnato che “le bugie non si dicono” e le “bugie hanno le gambe corte”, da quando abbiamo sacrificato insomma la fantasia del “vorrei essere” a un surrogato di felicità preconfezionata da attese e convenzioni sociali.

bugiardo2L’originalità di questo Goldoni, riletto attraverso gli occhi di Lastrico e della Popular Shakespeare Kompany, sta proprio nell’ultimo amaro sorriso che ci increspa le labbra sul finale, quando una domanda sorge spontanea e ci lascia interdetti: una volta che il bugiardo è stato smascherato e fatto oggetto di pubblico ludibrio, una volta che anche il padre e la donna amata decidono di rifiutarlo e soffocare i sentimenti che li legano a lui in nome dell’amore (socialmente imposto?) per l’onestà, le due coppie superstiti che convolano a giuste nozze, inchiodate dalla abbacinante mediocrità delle loro vite votate alla verità, saranno davvero felici?

Leonardo Cesari per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.