Il mistero di Banksy: perché dovremmo svelarlo?

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Non c’è nulla di più umano della curiosità, soprattutto se si tratta di misteri o enigmi che durano da diverso tempo e che hanno “sconfitto” fior di esperti. Basti pensare al caso di Jack lo Squartatore, serial killer della Londra vittoriana, che ancora oggi appassiona esperti e scienziati e che ha portato nel 2014, dopo un test del DNA, l’identificazione dell’assassino in Aaron Kosminsky, barbiere polacco.
Perciò perché stupirsi se oggi con tutti i mezzi a disposizione, ci si impegni ed affanni a scoprire l’artista-attivista più celebre del mondo? Stiamo parlando ovviamente di Banksy, street artist anonimo che da anni tappezza i muri delle metropoli con stencil e graffiti carichi di significati e critiche sociali: immagini chiare e spiazzanti, talvolta accompagnate da brevi frasi volte a stimolare un’analisi e una riflessione sui mali dell’Occidente.

banksy-25Di Banksy tanto si è parlato negli ultimi mesi, da Dismaland alla sua attività a Calais, ma è già da diverso tempo che si cerca di “smascherare” l’autore di immagini ormai diventate di culto: c’è chi lo vorrebbe elevare alla gloria e chi vorrebbe multarlo per il suo “imbrattamento urbano”.

Tanta è la voglia di risolvere tale rompicapo che a scomodarsi è stata nientemeno che un’università, la Queen Mary di Londra, che per tentare di dare un volto all’artista ha utilizzato la tecnica del geographic profiling, impiegata nelle indagini della polizia: in pratica sono stati studiati i luoghi dove sono stati realizzati i vari graffiti di Banksy tra Londra e Bristol (città natale dell’artista, forse), quindi i dati raccolti sono stati incrociati in relazione alle persone sospettate di essere l’artista. Il risultato dello studio Tagging Banksy: using geographic profiling to investigate a modern art mystery, pubblicato sul Journal of Spacial Science, parla chiaro: Banksy è Robin Gunningham, artista classe 1973 nativo di Bristol.
Gunningham è da quasi 10 anni sospettato di essere Banksy e questo studio sembra confermare quest’ipotesi in maniera definitiva, tanto che uno degli studiosi che ha partecipato alla ricerca, Steve Le Comber, ha dichiarato che sarebbe piuttosto sorpreso nello scoprire che Gunningham non è Banksy.

images (1)Analizzando tutta questa faccenda, pare quasi però che si voglia scoprire la reale identità di un super eroe: se tanto abbiamo goduto di meravigliosi fumetti, poi divenuti cartoni animati e film, che narravano le giuste peripezie di paladini mascherati per i quali abbiamo tifato, nella speranza che le persone ne scoprissero la reale identità, perché mai dovremmo farlo nella realtà?

Banksy ha creato un nuovo modo di fare arte di strada: l’opera non è più il gesto di sfregio fine a se stesso che produce un tratto a volte esteticamente interessante a volte solo di disturbo. Con lui la componente di rischio dovuta alla lunga lavorazione nella penombra, all’erta e pronti a scappare in caso di eventuale arrivo della polizia viene meno: Banksy propone stancil palesemente già preparati che permettono un’esecuzione rapida del graffito perché qui non importa il writer e la sua firma e la sua demarcazione del territorio, importa il messaggio che deve essere espresso nella maniera più efficacie e diretta possibile, così da raggiungere il maggior numero di persone.

Non importa che la tag sia colorata o che la realizzazione di un murale sia perfetta, ciò che interessa all’artista è raccontare il disagio di Calais, il consumismo occidentale, la politica corrotta, la società che invita alla mediocrità e non all’eccellenza.

o-IHEART-facebookChe sia bianco, nero, uomo o donna, Banksy ha il merito di aver legittimato un’arte spesso considerata sfregio, di aver tenuto alta l’attenzione su chi è bloccato a una frontiera, lontano dalla propria patria distrutta, di averci ricordato la pochezza della nostra vita come spinta per agire e cambiare.

Cambierebbe qualcosa scoprire che in realtà Banksy è il 46enne inglese Robin Gunningham? Forse sì, ce lo renderebbe più umano e quindi vulnerabile. Meglio dunque continuare a non sapere e lasciare nel mito il suo essere presente, attento, sensibile e impegnato, sempre e comunque.

Carlotta Tosoni per MIfacciodiCultura

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