“Il giardino dei Finzi-Contini”, tra giovinezza e deportazioni

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Il giardino dei Finzi-Contini, tra giovinezza e deportazioni

Nel maggio scorso è stata presentata a Roma, all’Auditorium Parco della Musica, la versione restaurata del film diretto da Vittorio De Sica, Il giardino dei Finzi-Contini. Girato nel 1970, è liberamente ispirato al libro di Giorgio Bassani pubblicato nel 1962.

giorgio-bassaniLo scrittore, nato il 4 marzo 1916 a Bologna, trascorse la sua infanzia e la sua esperienza liceale classica a Ferrara. Proviene da una famiglia ebraica ed è proprio il suo credo, oltre alla città ferrarese, ciò che si ritrova nell’opera per cui, oggi, è maggiormente conosciuto e ricordato. Sono inoltre i numerosi elementi autobiografici che tendono a sovrapporre l’immagine del protagonista del libro con Bassani. Quest’ultimo dapprima scrisse dialoghi e sceneggiatura, ma dopo varie incomprensioni e discussioni per le scelte di Vittorio de Sica, abbandonò il progetto e chiese di non essere citato nei titoli di coda. Sembra proprio che all’autore non andasse a genio il rapporto sessuale esplicito fra i due protagonisti che, nel libro, non trova mai una conclusione così esplicita. Anche il finale tra libro e film non è lo stesso.

La trama, nonostante l’alterco che portò lo scrittore a allontanarsi dall’opera cinematografica, è comunque la stessa: ambientato a Roma nel 1957, il protagonista (senza nome nel romanzo, Giorgio al cinema) ricorda la storia della famiglia ebraica dei Finzi-Contini, con cui era entrato in contatto anni prima. Infatti la vicenda, in un lunghissimo flashback, si ambienta dal 1927 al 1943: passa per il 1938 e l’emanazione delle leggi razziali, e finisce con la deportazione di tutto il nucleo familiare nei campi di concentramento. La tomba monumentale che, all’inizio del racconto, porta il ricordo del protagonista sulla sua storia, ospita solo un membro della famiglia. Gli altri, moriranno durante la Seconda Guerra Mondiale.

Il tema quindi era forte e delicato da trattare. Non dimentichiamoci che la consapevolezza degli orrori del nazismo, fra gli anni Sessanta e Settanta, non era come quella attuale. Ci vorranno anni perché, tra storici e vere testimonianze, emerga quanto accaduto davvero. L’irreale diventato reale è sempre complesso da metabolizzare, e per anni la letteratura si è chiesta se e fino a che punto fosse possibile rappresentare quanto avvenuto con l’Olocausto.

L’opera di Bassani mischia molte esperienze personali a elementi romanzati che, però, ridanno al lettore l’atmosfera della Ferrara post leggi razziali, anche se intrecciata alle giovani vite dei protagonisti.

Il lettore, infatti, rimane in balia degli avvenimenti: nessuno, tra i protagonisti, sospetta dell’esistenza di Dachau. Vivono le loro vite, tra partite di tennis e i problemi normali della vita, conducendo un’esistenza come quella di tutti noi. Chi guarda, nonostante sappia cosa sia successo, si lascia trasportare dalle immagini. Il momento in cui, poi, la famiglia viene deportata, è uno shock: ci si è immedesimati a tal punto da dimenticarsi della storia. E la consapevolezza di quanto è poi effettivamente accaduto, è come un pugno nello stomaco.

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Il giardino dei Finzi-Contini

Nonostante le fonti ridotte, e un’idea storica forse non del tutto aderente alla realtà, nel 1970 si è provato a rappresentare l’orrore del nazionalsocialismo.

Nel 2016, ormai, le testimonianze dirette sono sempre meno. Nonostante i fiumi di carta scritti a riguardo, la Giornata della Memoria sembra essere paradossalmente sempre più dimenticata. E con essa non perde di significato solo il ricordo dello sterminio, ma quello della memoria stessa: nessuno ci bada più, tutto cade nel passato, non ci si ferma a riflettere sull’importanza di quanto accaduto al fine di non farlo ripresentare. Bergson la vedeva come qualcosa di fluido, di continuamente collegato, già gravido di futuro. Diversa per ognuno di noi, ma un continuum temporale grazie al quale siamo ciò che siamo, e da cui dipendono presente e futuro.

Rileggere o rivedere oggi Il giardino dei Finzi-Contini serve a vivificare i ricordi sbiaditi, sperando di gettare l’attenzione su quanto accade oggi, o accadrà domani. Gli errori delle generazioni passate, possono essere monito per quelle future?

Nella vita, se uno vuol capire, capire sul serio come stanno le cose di questo mondo, deve morire almeno una volta. E allora, dato che la legge è questa, meglio morire da giovani, quando uno ha ancora tanto tempo davanti a sé per tirarsi su e risuscitare…

Romolo Valli, padre di Giorgio nel film

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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