Il “Vero” da Courbet a Segantini in mostra al Mart di Rovereto

0 922
Immagini 011
Giovanni Boldini, Donna in nero che guarda il “Pastello della signora Emiliana Concha de Ossa” (1888)

Ottanta capolavori dell’800, da Gustave Courbet a Giovanni Segantini, sono visibili nella mostra La coscienza del vero, al MART di Rovereto fino al 3 aprile 2016. Capolavori che vogliono documentare la cultura figurativa ottocentesca fra il 1840 e il 1895, anno della prima Biennale di Venezia, opere di artisti italiani, molti di origine veneta, di grande talento quali Francesco Hayez, Giovanni Boldini, Mosè BianchiPompeo Marino Molmenti, Eugenio PratiGiuseppe Tominz.

Alessandra Tiddia, curatrice della mostra,  chiarisce che la linea guida nella scelta delle opere esposte è

La distinzione più o meno consapevole e cosciente fra rappresentazione e riproduzione, fra percezione del vero e illusorietà della visione, fra apparenza ingannevole delle immagini e immedesimazione dello spettatore, fra un linguaggio mimetico e impersonale e lo stile individuale e soggettivizzante, questioni peraltro ancora attuali nella contemporaneità.

bh
Giuseppe de Nittis, L’attesa (1867)

Di Gustave Courbet è l’olio su tela del 1862 Le rive della Loue, dominato dai colori della roccia che cade a strapiombo nelle torbide acque dove le tonalità fredde del verde e del blu si fondono dolcemente. La vegetazione florida e abbondante avvolge la rupe e la luce naturale la rischiara sino a giungere al chiarore del sole, nascosto alle sue spalle.

Di tutt’altro genere è la tela di Giuseppe de Nittis del 1867 L’attesa, qui la luce entra e divide il quadro a metà: la vegetazione chiara dipinta con pennellate veloci e chiarissime a sinistra si contrappone alle figure a destra nell’ombra, dove il roseo volto della donna che attende con ansia da tensione e forza a tutta la composizione.
La tela proviene dalla Collezione Venceslao di Persi di Pescara come la tavola di Michele Cammarano Studio di nudo del 1880-1885, visibile solo in mostra, dove l’atmosfera rarefatta avvolge la donna nuda che ci porge la mano con disinvoltura e senza pudore, circondata da un’insolita anatra a destra e due piccioni a sinistra appollaiati su un accenno di ringhiera.

copertina
Giuseppe Tomiz, Doppio ritratto (1830)

Gioco sapiente nel costruire la composizione con un dialogo tra fruitore, quadro e ritratto nell’opera stessa, è quello che anima due opere diverse per stile ma uguali per l’alto valore artistico: il Doppio ritratto di Giuseppe Tomiz del 1830, immagine simbolo della mostra, e l’olio su tela di Giovanni Boldini del 1888 Donna in nero che guarda il “Pastello della Signora Emilia Concha de Ossa”. Il confronto tra le due opere è emblematico per comprendere quanto sia cambiato radicalmente, in circa sessant’anni, il modo di guardare il mondo – tanto le persone quanto gli oggetti – come la pennellata e i colori siano diventati più veloci le prime e più intensi i secondi, al fine di rendere, attraverso meno ripensamenti e più emozioni, una nuova realtà meno precisa ma più vicina al sentire comune. 

Felicia Guida per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.