“Soy Nero”: libertà in cambio della guerra

0 680
primo-piano-di-rafi-pitts-dal-film-shekarchi-the-hunter-194262
Rafi Pitts

Rafi Pitts ha presentato alla 66esima Berlinale conclusasi poco tempo fa,d un documentario che in sé non è un documentario. Una storia che non è una semplice storia. Soy Nero racconta le vicende di Nero Maldonado (Johnny Ortiz), uno dei tanti messicani pronti, pur di acquisire la cittadinanza americana (uno dei beni più preziosi per un immigrato), a combattere per gli Stati Uniti. Potrà diventare un Green Card Soldier e come lui tanti altri: neri, disoccupati, immigrati da varie parti del mondo che sognano un futuro nella terra delle possibilità ma costretti a diventare “macchine da guerra”. La cittadinanza in cambio della presenza sul campo di battaglia, una delle idee post 11 settembre, evento che tanto ha terrorizzato l’America.

Dopo un tentativo di entrare negli Stati Uniti, Nero riesce nell’impresa e, grazie a un passaggio in macchina, raggiunge Los Angeles per trovare il fratello Jesus, di cui non ha più notizie. Scopre che assieme all’amata Mercedes, egli possiede una grande villa, ostentando una ricchezza fin troppo esagerata. Nero però capisce che in realtà il fratello e la sua donna sono soltanto dei semplici domestici, allontanandolo da quel mondo poco autentico. Dopo una lunga ellissi, la scena si sposta in Medio Oriente, dove il ragazzo sta combattendo.

soy-nero-2016-Rafi-Pitts-001-932x541Una vita quella di Nero divisa tra Los Angeles e la sua terra natia, la difficoltà nel varcare illegalmente il confine Messico – Stati Uniti, la ricerca per la Città degli Angeli di suo fratello Jesus e il combattimento. La frontiera separa mondi diversissimi: da una parte le grandi metropoli, i film, il denaro, una cultura capitalista pronta a fagocitare il più debole, dall’altra la povertà, la miseria e una vita troppo rischiosa in mezzo ai grandi traffici illegali. Ma il desiderio di Nero rimane quello di far parte di quel “sogno americano” tanto meraviglioso quanto difficile da raggiungere.

Soy Nero è sesto film del regista di origine iraniana, che nel 2010 aveva presentato a Berlino Il cacciatore. L’idea è buona, venendo a trattare un argomento caldo come la sicurezza internazionale e l’estraneazione degli immigrati in un paese straniero, purtroppo però vi sono alcuni buchi di sceneggiatura (il salto dagli Stati Uniti al Medio Oriente) e molti dialoghi sono troppo lunghi e poco incisivi, numerose scene sono si dilungano esageratamente e sono mal distribuite nell’arco delle due ore del film.
Rimane comunque un coraggioso tentativo di denuncia della mercificazione della libertà individuale in un mondo ben lungi dai canoni dell’American Dream.

Marco Gobbi per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.