Kokoschka: la psicologia del disagio

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Kokoschka: la psicologia del disagio

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Autoritratto

Vienna di inizio Novecento. In questa atmosfera che vede la secessione klimtiana appena dietro l’angolo, a comparire sulla scena c’è un pittore diverso dagli altri: “il grande selvaggio”. Questo è l’appellativo che è stato dato a Oskar Kokoschka (Pöchlarn, 1º marzo 1886 – Montreux, 22 febbraio 1980) nel 1906, anno della sua prima esposizione.

Allievo diretto di Klimt, dal maestro egli apprese tanto dell’espressionismo quanto ne abbandonò il decorativismo per dedicarsi ad uno stile dissacratore ed ironico. Convinto, come il suo maestro, spirituale dell’importanza della conoscenza della tecnica per l’essere tale dell’artista, Kokoschka diventa un grande disegnatore ed incisore, per poi dedicarsi in modo costante ed assiduo alla pittura.

Pennellata veloce, materia su materia. Una tipologia di composizione che sembra essere dettata dalla fretta, dal nervosismo, dalla crisi nevrotica. Nessun tipo di naturalismo, nemmeno nelle proporzioni, anche queste, come ogni suo carattere in costante tensione.
Una tensione che deriva dalle vicende e dalle influenze della propria vita, sempre nascosta dietro ogni suo dipinto.

A segnarlo, anche nella sua produzione artistica, saranno la sua volontaria partecipazione alla Prima Guerra Mondiale e la frequentazione costante di Alma Malher, vedova del musicista e sua amante in questo periodo storico di costante ansia.

La frammentazione delle linee, le forme angolose, tutto mostra come nell’animo dell’artista, specchio dell’anima del tempo, non ci sia posto per null’altro che una fragilità sempre presente e in vibrante mancanza di tranquillità.

L’uomo è rosso sangue, il colore della vita, ma egli è morto sulle ginocchia di una donna che è bianca, il colore della morte.

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Veduta di Costantinopoli – 1929

Questa idea dell’uomo che viene proposta dalla sua arte. Un’umanità crudele, destinata alla morte.

Preoccupazione costante: questo è il respiro delle tele di un artista che con ellissi ed ermetismi estetici, mostra il profondo della psicologia dei soggetti che posano per lui. Penetrando oltre il semplice aspetto, i ritratti sono spesso deformati perché dai pochi caratteri accentuati, potessero essere espressi tutti i tratti dell’anima e della personalità di chi vi era rappresentato. Così, con questo stile arguto e attento, dalla resa formale forte e priva di censure, Kokoschka si aggiudica il titolo di uno dei maggiori esponenti della corrente espressionista. Corrente che subirà la presenza del regime nazista. Annoverato tra gli artisti degenerati, anche per le sue amicizie ebree quali l’architetto Adolf Loos o il compositore Arnold Shömberg, Kokoschka sarà costretto a lasciare Vienna fino ad approdare negli Stati Uniti, rifugio di molti artisti rifiutati dal sistema, dove si spegnerà il 22 febbraio del 1980.

Sara Cusaro per MIfacciodiCultura

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