Jimmie Durham: al MAXXI la qualità vince sulla quantità

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Jimmie_DURHAM_portrait_web0Il grande tema dell’adattamento dell’opera nello spazio museale è al centro dell’esposizione inaugurata al MAXXI di Roma lo scorso 5 febbraio. Protagonista: Jimmie Durham, artista poliedrico, camaleontico e versatile nel proporsi su campi e ambiti anche molto diversi.

Una mostra, Jimmie Durham. Sound and Silliness, che verrà ospitata nel museo disegnato da Zaha Hadid fino al 24 aprile, e che certamente saprà colpire i suoi osservatori attraverso alcune interessanti istallazioni.

Ma chi è Jimmie Durham? Un artista figlio del suo tempo, che ha saputo toccare tantissime tecniche e ha sperimentato tantissime modalità espressive. Nato in Arkansas, è Cherokee, ha provato l’arte in tante sue forme: da quella del riutilizzo, si è tuffato tra gli anni ’60 e ’70 nel mondo delle performance (come tantissimi artisti del periodo, del resto), si è distinto grazie al suo pragmatismo e al suo domandarsi continuamente il perché di consumismo e senso dell’opera d’arte e dell’oggetto comune, mantenendo sempre un alto livello di ironia e leggerezza.

Nella cornice piena di forme curve e contemporanee quale è il MAXXI vengono calate quattro opere: due video, e due audio. La sfida consiste nel mettere alla prova l’ambiente enorme e dalle molteplici possibilità con pochi lavori, centellinati e selezionati, perché non è con il bombardamento di immagini e il sovraccumulo di manufatti che si raggiunge la qualità, anzi, molto spesso si crea solo confusione e un senso di disorientamento generale e un’aria di triste accettazione di qualsiasi cosa, perché in mostra ci si trova proprio qualsiasi cosa.

24560853040_92399ae6ae_bL’esposizione è stata curata da Hou Hanru e Giulia Ferracci, che si sono dedicati alle opere dell’americano, e in particolar modo si sono concentrati sul lavoro a quattro mani realizzato con Maria Theresa Alves, I rondoni di Porta Capuana (2013). Si tratta di video site specific progettati appositamente, non lunghi proprio per quel discorso di non-confusione che si vorrebbe garantire affrancandosi dall’istallazione fatta tanto per stupire, confondere o addirittura sovraccaricare di messaggi.

Il linguaggio dell’arte popolare, tipica del nostro tempo, arriva al suo destinatario se viene direzionato in maniera più semplice possibile. In questo senso il proposito dell’esposizione è già stato raggiunto: la tesi che si vuole dimostrare è dimostrata, il porsi in maniera diretta è un modus operandi vincente.

A noi resta visitare una mostra a suo modo molto sintetica e concisa, e immergerci nella visione di un artista curioso, dinamico e vivace, che a tratti – qualcuno sostiene – ricorda il rivoluzionario Marcel Duchamp.

Gaia Boldorini per MIfacciodiCultura

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