Il pARTicolare. La Medea di Alfons Mucha

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La donna di Mucha è una Ninfa sempre danzante, in eterno movimento.

Se non danza il corpo, danzano i capelli.

Se non danzano i capelli, danza il suo panneggio.

Se non danza il panneggio, lo fa la natura, le linee intorno, i vuoti e i pieni, ricordi della linea dall’arte del lontano Oriente.

Eppure Lei rimane ferma e composta.

Negli occhi decisi e nella follia di un gesto fermo, ed eterno.

A Milano, a Palazzo Reale, la mostra Alfons Mucha e le atmosfere Art Nouveau si sviluppa in diverse sale, divise per temi come la figura femminile, l’art nouveau, il tempo, la preziosità della materia. Ma la prima sezione è quella più intrigante: quella dedicata al teatro. 

Alfons Mucha (1860 – 1939) diventa famoso realizzando un manifesto per la diva teatrale dell’epoca: Sarah Bernhardt. Diva perché proprio in questi anni, nella città di Parigi, sfavillante, elettrizzata, città sibillina nella sua risata isterica e a tratti grottesca, la donna inizia a essere centro focale dell’arte e del lavoro nella Ville Lumière. Perché Parigi vive di due vite. La vita elettrizzata dei teatri e delle strade, dei locali e dei flirts, e la vita dei rivoli, dei tombini, dei panneggi schiacciati per strada e ritirati dagli sguardi dei passanti. La Parigi raccontata da Victor Hugo. Quella Parigi che così lo scrittore descrive:

Chi guarda a fondo Parigi ha le vertigini. […] Sotto la Parigi attuale è distinguibile la Parigi antica, come il vecchio testo delle interlinee del nuovo. […] Parigi ha sotto di sé un’altra Parigi: una Parigi di fogne, con le sue strade, gli incroci, le Piazze, i vicoli ciechi, le arterie e la sua circolazione,che è melma meno la forma umana.

[V. Hugo, I Miserabili, 2013 (1° ed. 1862)]

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A. Mucha, Medea, Litografia, 1898

Questa altra vita, questa realtà più cupa e inespressa, si ritrova in un manifesto in particolare di Alfons Mucha, la litografia realizzata dall’artista per l’opera teatrale di Medea (1898). Il primo elemento che si nota è che, come negli altri manifesti dedicati al teatro, Alfons Mucha non fa danzare la sua protagonista. Egli decide in questi manifesti d’arte teatrale di dare possanza, stabilità, potenza statuaria alla donna, alla protagonista rappresentata. Se nel resto delle sue creazioni Mucha vuole una Ninfa eternamente danzante, tra capelli e panneggi eleganti e leggeri, tra sguardo dolce e seducente, tra fumi inebrianti e natura accogliente, qui Mucha sceglie la strada della semplicità, del vuoto e della presenza scenica.

Medea è centrale, nell’inquadratura. I suoi occhi sono fuochi di cenere. Vivi, folli, coscienti e spaventati. I suoi capelli sono raccolti e accolti da elementi naturali, una corona di spine contemporanea le cinge la testa e quei colori, e quello sguardo rimandano direttamente allo Scudo con Testa di Medusa realizzato dal Caravaggio (1598 ca.). Mucha era un grande conoscitore d’arte, soprattutto Rinascimentale e Barocca. Le pose dei Profeti e delle Sibille del Michelangelo vengono ripresi nei corpi delle sue donne, l’eleganza di Raffaello nelle sue pubblicità della Nestlé a raccontare di una Donna – Madre  – Madonna sempre attenta e dedita ai figli, costruita in una trinità piramidale in ogni suo manifesto dedicato a questo tema. Qui, dicevo, Caravaggio ritorna. Quello sguardo di Medusa che solo lui riuscì realmente a realizzare, contorto, doloroso, impazzito, qui viene ripreso nella costruzione psicologica di Medea.

Ma un dettaglio del volto allontana questa donna dalla Medusa del Merisi. 

Qui un panno le copre le labbra.

Caravaggio, Scudo con testa di Medusa, 1598 ca.
Caravaggio, Scudo con testa di Medusa, 1598 ca.

La bocca contorta del Caravaggio non c’è, e neanche il movimento flessuoso del collo e della testa. Qui il capo è teso, frontale.  E le labbra, chiuse. Come se quell’urlo sia in qualche modo soffocato.
Come se le sue parole non possano essere dette.  Come se il suo misfatto sia senza comprensione umana, senza possibilità di redenzione o di giustificazione. Come se LEI STESSA avesse una tale vergogna del sé da non voler più proferir parola.

E con la sua mano, con la sua spada sanguinante, indica il soggetto della sua vergogna: ai suoi piedi, il pARTicolare sterminato e straziante.

Il figlio morto, in scorcio prospettico. Un Cristo Morto del Mantegna (1480) ritratto al contrario. Un corpo che buca lo schermo, crea spazio e prospettiva. Elementi che non sono assolutamente i protagonisti assoluti negli altri manifesti di Mucha, ma  che qui diventano schermo e reale espressione del dolore.

Qui la prospettiva di quel corpo diventa il tema del misfatto. Ciò che è coperto sul volto, avviene ai suoi piedi.

Non può dire, Medea, ciò che ha fatto. Lo indica con la sua spada.

Folle d’amore, dolorante di follia. Ciò che la parola non può dire, può il corpo.

Quel corpo che sembra gonfio e librarsi come nel vento verso il cielo.

Quel corpo che lei per prima non riesce più a guardare.

Eppure lei rimane ferma e composta.

Negli occhi decisi e nella follia di un gesto eterno.

Nella coscienza di assenza di redenzione possibile.

Federica Maria Marrella per MIfacciodiCultura

Per Approfondimenti sulla mostra (visitabile a Milano a Palazzo Reale fino al 20/03/2016): www.mostramucha.it/la-mostra

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