Robert Indiana: l’arte dei segni in mostra a Bologna

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robert-indiana-rosenbaum-2La Galleria d’Arte Maggiore di Bologna offre a tutti gli amanti dell’arte la possibilità di assistere ad una mostra completa ed interessante sulla Pop Art, cominciata il 23 gennaio scorso. Dopo Andy Warhol, protagonista dell’esposizione sarà Robert Indiana, il “pittore americano dei segni“, come lui stesso si definiva, creatore dell’iconica opera Love, un vero e proprio brand, simbolo essenziale, all’apparenza banale, che nella sua semplicità si fa emblema del travagliato cinquantennio del secondo Novecento.

Promettente fin da bambino, Indiana trascorse gli anni post-universitari a Coenties Slip, Manhattan, dove visse a stretto contatto con vari artisti. L’esordio newyorchese lo portò ad un ripiegamento intimistico che si evince non solo dai primi schizzi, ispirati alle foglie secche e ai tappeti autunnali delle strade della Grande Mela, ma è presente anche nei suoi lavori più maturi, costellati da questi malinconici elementi naturali che per l’artista rappresentano il simbolo della metropoli.

Indiana, come alcuni dei suoi colleghi, adoperò magazzini abbandonati della zona, creando sculture provenienti da vecchie travi in legno, ruote in metallo arrugginite e altri resti del commercio navale che aveva prosperato a Coenties Slip. Mentre ha creato opere “sospese” come Jeanne d’Arc (1960) e Wall of China (1960), la maggior parte delle opere erano costruzioni addossate alle pareti che Indiana chiamava “erme”, come le sculture che fungevano da segnali stradali nell’antichità classica. La scoperta di stencil in ottone lo condusse alla progettazione di numeri dai colori vivaci e brevi parole emotivamente cariche su sculture e tele, e divenne la base del suo nuovo vocabolario pittorico.

7IndianaLove3La filosofia di Indiana consiste proprio nel saper trasferire in un contesto universalisticamente oggettivo soggetti artistici che scaturiscono dalla sfera interiore (e perciò particolare) e che in teoria non potrebbero relazionarsi al sentire comune ed essere quindi validi per tutti, divenire icone.
Questa universalità è possibile appunto nel processo che porta alla realizzazione del simbolo stesso, nella consapevolezza che il prodotto “impressionista”, spogliato delle sue tonalità soggettivistiche, una volta bilanciato il contrasto luci-ombre, può riflettere non solo le esigenze del suo creatore ma anche rivolgersi a tutti gli individui della società.

Su tale linea interpretativa si comprende il vero ruolo dell’artista della Pop art: il portavoce dei bisogni soffocati di una società consumistica in cui egli tuttavia si riconosce. Da ciò si genera la necessità di fare un’arte essenziale, un’arte che sia insieme prodotto e produttore, analisi etimologica e slogan immediato, paradosso tangibile che rifletta le contraddizioni e le inquietudini di un secolo che gira su se stesso senza mai fermarsi, un’arte che con la forza di una parola riesca a trovare una soluzione, o almeno un lenitivo, alle ansie del cittadino: LOVE.

Sofia Santosuosso per MIfacciodiCultura

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