“Taxi Teheran”: l’arte che si mette a nudo non può essere coperta

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053119302-1f33d42e-f12c-474e-87cd-941974727f62Il fatto è noto ai più: in occasione della recente visita del presidente iraniano Rouhani, qualcuno ha ritenuto opportuno coprire le statue ritraenti nudi femminili, custodite all’interno dei musei Capitolini, al fine di non urtare la sensibilità dell’ospite di cultura diversa.
Ma la sensibilità urtata è stata quella della maggior parte degli italiani, il che ha fatto capire che davvero l’idea non sembrava essere così opportuna.
La risposta sui social è stata dura e mordente, tanto più che un Franceschini è in grado di dichiarare che ne era all’oscuro (in effetti cosa ne deve sapere il Ministro della Cultura di che cosa succede nei Musei Capitolini (!?)). Alla prima diffusione della notizia, si è scatenato un vero e proprio inferno social, il luogo più impietoso sul pianeta internet. Il social non perdona ma dimentica davvero facilmente e a breve questa vicenda verrà archiviata. Una questione che ha suscitato spropositato clamore e che ha dato spunti creativi per chi ha ambizioni satiriche, ma che rimane un fatto a latere rispetto alle questioni che davvero ci toccano nel vivo.
Per noi, noi italiani, la questione era se era davvero il caso di coprire opere d’arte in nome dell’ospitalità, del rispetto e forse di una presunta superiorità civile. Davvero poco conta cosa sarebbe stato opportuno fare, perché il punto è un altro. Ci si è dovuti mettere di fronte ad una scelta perché l’altra cultura, l’altra società, ha un concetto di libertà di espressione creativa ben diverso dal nostro.

hqdefaultAlla fine di questa storia noi torniamo ai Musei ad ammirare le bellezze dell’arte, mentre in Iran artisti e intellettuali sono costretti a lottare giorno dopo giorno per una libertà d’espressione artistica per noi indiscutibile.

Le restrizioni sono spesso fonte d’ispirazione per un autore poiché gli permettono di superare se stesso. Ma a volte le restrizioni possono essere talmente soffocanti da distruggere un progetto e spesso annientano l’anima dell’artista. Invece di lasciarsi distruggere la mente e lo spirito e di lasciarsi andare, invece di lasciarsi pervadere dalla collera e dalla frustrazione, Jafar Panahi ha scritto una lettera d’amore al cinema. Il suo film è colmo d’amore per la sua arte, la sua comunità, il suo paese e il suo pubblico…

È al Festival internazionale di Berlino 2015 che il regista Darren Aronofsky parla così del film Taxi Teheran. Con questa pellicola il regista Jafar Panahi si aggiudica l’Orso d’oro come miglior film e il Premio Fipresci, ma non è lì per godere della gioia del momento, come nel 2011 non ha potuto essere in giuria: il governo di Teheran gli impedisce di partecipare condannandolo per propaganda anti-islamica a sei anni di reclusione e il divieto di espatrio.
Il film è arrivato miracolosamente al festival ed è stato calorosamente accolto da critica e pubblico.

Schermata_09_2457270_alle_16.02.52Un taxi attraversa le strade di Theran, crocevia di vite, di storie che gli passano davanti. A volte attraversano la strada, a volte osservano guardinghi da un vicolo, a volte chiedono un passaggio. Il regista ci mette fisicamente la faccia in questo film per dar voce ai suoi personaggi, tutti con una storia da raccontare, tutti che lasciano percepire una scottante tematica su cui meditare. È un cinema che riflette su se stesso, sul fare cinema in una società del genere, sulla natura delle restrizioni creative in Iran. Un film che si interroga sulla pena di morte, sul ruolo delle donne, sull’essere inconsapevoli astanti tragicomici in una società che ha dimenticato il significato più profondo della parola “artista”.

Con quest’opera Jafar Panahi dimostra che se l’arte è pura, autentica, “messa a nudo”, può andare oltre qualsiasi velo o censura.

Federica Cunego per MIfacciodiCultura

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