In memoria di François Truffaut

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In memoria di François Truffaut

François Truffaut (Parigi, 6 febbraio 1932 – Neuilly-sur-Seine, 21 ottobre 1984) è colui che, probabilmente, è diventato il simbolo, in tutto il mondo, del cinema francese. Da I quattrocento colpi (1959) a La camera verde (1978), la carrellata della filmografia di Truffaut è un’esperienza emozionante e affascinante che ha ispirato moltissimi registi contemporanei, non ultimo Steven Spielberg che volle l’ormai anziano enfant terrible del cinema nel suo Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977).

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François Truffaut e Claude Jade

Ma di Truffaut si ricorda anche altro, oltre alle sue importantissime pellicole. Di lui si ricorda innanzitutto la persona oltre il regista: fu la vita, quella vera e vissuta, a segnarlo e a donargli, a mo’ di risarcimento, quello sguardo unico, amaro ma indimenticabile che fu ingrediente indispensabile di tutte le sue opere. Amore, tradimenti, passioni, paure sono elementi fondamentali della sua poetica, temi attorno a cui girano tutte le sue sceneggiature e che traggono dalle sue cicatrici personali quella forza prorompente che li ha resi memorabili. Rifiutato dalla famiglia perché frutto di una relazione extraconiugale, non compreso dai genitori, obbligato al riformatorio per via del suo carattere instabile, Truffaut trovò conforto prima nella letteratura e poi, dopo l’incontro con Robert Lachenay e quello, salvifico in tutti i sensi, con André Bazin, nel cinema. Bazin vide, in lui, il genio incommensurabile e incompreso che poi Truffaut si rivelò effettivamente essere, soccorrendolo a più riprese e impedendogli di sbandare: non fosse stato per Bazin, forse oggi noi saremmo orfani di molti capolavori della settima arte. Bazin lo accolse quando nessun altro lo voleva, gli trovò un posto di lavoro, intercesse per lui quando sul suo collo pendeva l’accusa di diserzione dopo la defezione dall’esercito francese impegnato nella guerra d’Indocina. La luna di miele con la cinématographique dura una vita e viene declinata in tutte le sue sfumature: Truffaut è sì regista, ma è anche sceneggiatore – suo è il copione di Fino all’ultimo respiro (1960) di Godard –, attore e, soprattutto, critico. Grazie a Bazin, Truffaut diventa una delle penne più acute, cattive e impareggiabili dei Cahiers du cinéma: sarcastico e chirurgico, nei suoi strali impietosi si scaglia contro il cinema francese degli anni Cinquanta e contro il festival di Cannes, da cui venne espulso (ben prima di Lars von Trier, che non dovrebbe rivendicarne il primato). Ciò comunque non gli impedì di ripresentarsi nel 1959 dove con I quattrocento colpi vinse il Premio per la migliore regia: da qui la strada è tutta in discesa. Nel 1961 esce Jules e Jim, nel 1966 Fahreneit 451, nel 1975 Adele H., nel 1977 L’uomo che amava le donne.  È invece del 1973 Effetto Notte, Premio Oscar per il Migliore Film Straniero.

Truffaut tiene a battesimo la Nouvelle Vague, capostipite di una generazione di registi che rifiutava il cinema apologetico francese dell’epoca in favore di un cinema più immediato e reale, che raccontasse la vera Francia, quella delle prime contestazioni giovanili, del fervore politico e artistico e dei dibattiti accesi sulla Rive Gauche della Senna. Non a caso, il Manifesto dei 121, forte presa di posizione contro la belligeranza francese in Algeria, nasce di lì a poco, con, fra le altre, anche la firma di Truffaut.

Profondo ammiratore di Hitchcock, i dialoghi con il maestro della suspense sono affascinanti: la dialettica fra vecchio maestro e giovane artista in erba sono un interessante osservatorio di scambio fra due geni più simili di quanto si possa pensare. In primis i meriti cinematografici, certo: i due parlano di narrativa, tecnica, sceneggiatura, poetica e arte. Ma ad accomunarli c’è anche la passione per le donne, ossessiva in Hitchcock, viscerale in Truffaut: entrambi fecero delle loro attrici dei veri e propri simboli e feticci, torturate dall’inglese e sedotte dal francese ma sempre celebrate dalle loro macchine da presa.

Del cinema Truffaut aveva da dire tante cose: fu il primo ospite internazionale del Giffoni, il cui cinema era, secondo lui, il più importante perché parlava e dialogava con le nuove generazioni. Ma il cinema era anche «un modo per prolungare i giochi dell’infanzia«, un modo, in definitiva, «per migliorare la vita».

Giulio Scollo per MIfacciodiCultura

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