Joyce de Vivre, parole libere nella coscienza

0 813

James Augustine Aloysius Joyce, immensa sfinge, da tutti conosciuto come James Joyce (Dublino, 2 febbraio 1882 – Zurigo, 13 gennaio 1941), è stato uno dei massimi esponenti della cultura e della letteratura non solo irlandese, ma mondiale.

0610joyceCi sono autori che si prestano, ma che proprio non vuoi leggere, e autori da esplorare ma ai quali ti avvicini con diffidenza, per preservartela la materia grigia, come quando pensi cannabis, magari, ma niente ayahuasca, no grazie: tra questo e l’altro mondo voglio un biglietto andata e ritorno e a tale scopo mi accontento di un’opera d’arte o un amplesso d’amore.

Io tra gli autori pericolosi per le sinapsi annovero Proust, Pynchon, Foster Wallace e Joyce… perché?

Per leggere La recherche di Proust servirebbero un’ora di sonno ogni due di lettura per poter saltare la stasi notturna e finirlo in tempi dignitosamente celeri e nell’opera magna Infinite Jest di Foster Wallace ci trovi 1200 pagine di racconto e 400 di note, in realtà parte integranti della storia.
Poi c’è Pynchon, beh… Pynchon ha scritto L’Arcobaleno della gravità e conosco lettori allenatissimi che si sono arresi al primo centinaio di pagine.
Eppure, il sadismo di questi impallidisce al cospetto di colui che affermò:

Ho inserito così tanti enigmi e puzzle nelle mie opere da occupare gli studiosi per almeno 200 anni su quello che volevo dire.

Ossia James Joyce.

Nacque il 2 febbraio del 1882 in un’agiata famiglia di Dublino, le cui condizioni finanziarie si logorano fino a sfiorare l’orlo dell’indigenza. I genitori, cattolici, lo iscrissero presso un istituto di Gesuiti. Già comunque ossessionato dalla ricerca, autodidatta e poliglotta si laureerà in Lingue Moderne, cominciando a manifestare il carattere anticonformista e ribelle che lo spinge a difendere il teatro di Ibsen considerato immorale all’epoca e a pubblicare un pamphlet nel quale fa a pezzi il provincialismo della cultura irlandese. Il giovane Joyce rigettava ostinato il bavero di un’Irlanda stanca e anestetizzata dalla religione, si buttò nelle risse, si alcolizzò, da esule conobbe l’Italia.
Trieste_-_Via_Bramante_4In seguito all‘incontro con l’amatissima compagna di una vita, Nora Barnacle, il 16 giugno 1904, (data di svolgimento del suo libro più famoso, l’Ulisse), si trasferisce a Trieste, dove il crogiolo di etnie gli facilita l’accesso ad una moltitudine di idiomi e conosce Italo Svevo, oscuro impiegato ancora nell’anonimato che verrà coinvolto proprio da Joyce ad aderire alla letteratura come professionista.
Frammenti del Finnegans Wake, l’estremo capolavoro, vengono svelati sulle riviste letterarie d’avanguardia, accendendo polemiche e giudizi perplessi, finché solo nel 1939 verrà pubblicato consegnandoci la mastodontica opera completa. Lo scrittore morirà infine a Zurigo nel 1941, in seguito alle complicazioni dovute a un intervento chirurgico all’addome.

Quel suo libro così fluido, oceanico e irraggiungibile, l’Ulisse, fin dalla sua apparizione, nel 1922, innescò una rivoluzione linguistica e letteraria e reitera ormai da un secolo manie depressive in editori, critici, lettori  ma soprattutto traduttori.
Traducila tu una iper-stra-lingua, mostro dalle mille teste canterine di sirena, echi, citazioni, dialetti, espressioni gergali, onomatopee e neologismi ottenuti facendo far l’amore alle parole.
Tanto che Celati, uno dei pochissimi che ha provato a tradurlo per l’Italia, sciacquatosi di dosso scaglie e frattaglie di parole, di pensieri e di suoni, a fine lavoro affermò:

Cosa farò ora? Nulla. Ho smesso di correre. Aspetto la morte.

Non sconvolga che in tantissimi l’Ulisse non lo leggano e saltino direttamente al soliloquio finale di Molly, otto interminabili frasi senza punteggiatura che descrivono i suoi pensieri, a letto con il marito Leopold Bloom, secondo l’innovazione letteraria totale figlia o madre della recentissima psicoanalisi denominata flusso di coscienza”.

La punteggiatura è ostacolo laddove l’intricato procedimento cognitivo sotteso al processo mentale fluisce come acqua sotto le porte e arriva dappertutto.

1982_bloomsJoyce lavorò sul libro fissando le mappe delle strade di Dublino, compilando elenchi di negozi, registrando le informazioni più dettagliate. I particolari e le descrizioni sono così accurate che se per assurdo Dublino venisse distrutta all’alba, potremmo ricostruire una Dublino del 1904 di sana pianta.
Per quanto riguarda il titolo, il poema epico permise a Joyce di sottolineare con ironia la totale mancanza di eroismo e valore dei suoi personaggi, figli degli eroi antichi ma sperduti in un mondo moderno. Leopold Bloom, il protagonista, è un ebreo irlandese, piccolo borghese, impegnato a tradire la moglie Molly da cui è tradito, Penelope fedifraga.

Al polo opposto troviamo Stephen Dedalus, colto, estetizzante e problematico che si troverà alla fine con Bloom in un bordello, entrambi rapiti in un parossismo allucinatorio che anticipa molti “stati alterati di coscienza” della letteratura contemporanea, alla Paura e delirio a Las Vegas, per intenderci.

È l’unico libro che conosca che possiede un giorno di commemorazione, una festa laica, “il Bloomsday” che si tiene ogni anno il 16 giugno a Dublino e in altre parti del mondo per celebrarlo. E se l’Ulisse svelava al mondo i pensieri e i sentimenti di una comitiva di dublinesi durante un giorno destale, Finnegans Wake è la trafila di sogni visionari e sensazioni in semi-coscienza di un solo uomo durante il corso di una notte. Formato da quattro libri, prende il titolo da un’antica ballata popolare irlandese: il muratore Ted Finnegan, alcolizzato, muore battendo la testa, e resuscita alla sua veglia per lo stappo si una bottiglia di whisky.
Un circolo allegorico della vita, “wake” significa infatti veglia ma anche risveglio. Spiegarne la lingua è un salto nel vuoto abissale. Il flusso di coscienza è estremizzato nella sua concretezza, le parole condensate fino allo stadio terminale, le lingue e i dialetti annoverati sforano le due decine, idiomi inventali, i neologismi partoriti non solo dal coito delle parole ma dalla bisboccia di suoni e pensieri.

Eccolo il Finnegans Wake, il romanzo totale e definitivo. Vuoi leggerlo? Buona fortuna o complimenti perché saresti uno dei pochissimi in grado di sollazzarsi con la sua lettura.

Stanilaslaus Joyce, il fratello, lo definì «l’ultimo delirio della letteratura prima della sua estinzione».
Diverso è Gente di Dublino, qui la linearità di lessico e sintassi lasciano spazio alle voci dei veri protagonisti: gli ultimi di Dublino. La paralisi e l’epifania, illuminazione momentanea ma che potrebbe salvarti la vita, concetti non così astrusi per i giovani odierni venuti a crescere in un Italia fortemente paralizzata da un’economia gracile di metastasi e di un’emigrazione giovanile dilagante.

untitled1Dublino come centro di paralisi permanente, in cui tutti, anche gli esclusi al banchetto della vità, possiedono un personalissimo centro di gravità e sono paradigmatici quadri di vita irlandese contemporanea.
«Chi è questo Joyce che pretende da me tante ore di veglia delle poche migliaia che mi restano da vivere, per apprezzare convenientemente le sue arguzie e fantasie ed i suoi sfavillii di esecuzione?» scrisse il grande Herbert G. Wells.

Samuel Beckett a lungo lavorò con Joyce e ancora fresco di studi universitari, sostenne:

Qui la forma è il contenuto, il contenuto è forma. Mi si opporrà che ‘sta roba non è scritta in inglese. Non è scritta affatto: non è fatta per essere letta – o meglio, non è fatta solo per essere letta. Bisogna guardarla, ascoltarla: la scrittura di Joyce non è un componimento su qualcosa: è quel qualcosa. […] Quando il senso è sonno, la parola dorme. […] Quando il senso è danza, la parola danza.

Federica Marino per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.