Blek le Rat e la sua Propaganda

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Volevo lasciare una traccia, volevo essere ricordato. Avevo qualcosa da dire, volevo regalare un’immagine alle persone, farle riflettere.

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Dice questo Blek le Rat in una recente intervista che indaga le motivazioni della sua prima esposizione in Italia, visibile alla Wunderkammern milanese di via Ausonio 1 fino al 5 marzo.

È lecito chiedersi perché uno street artist, per molti sinonimo di vandalo, esponga in una camera delle meraviglie. Perché proprio Blek le Rat, che alla fin dei conti non ha mai fatto parlare molto di sé, se non perché accostato al nome di Bansky, decisamente più noto al pubblico. Bansky che pur restando celato nel suo anonimato (o forse nella sua inesistenza) lo celebra di fatto come maestro: «Every time I think I’ve painted something slightlyo riginal, I find out that Blek le Rat has done it as well, only twenty years earlier».

Xavier Prou alias Blek le Rat, nato a Parigi nel 1951, si ritrae nei suoi stencil e si fa fotografare nelle vesti di cittadino per bene (con ironia?), con pochi riflettori puntati addosso.

Le linee del suo percorso artistico sono tracciate nel suo Manifesto of Stencilism: leggerlo è un modo per considerare il suo lavoro con un occhio meno condizionato dai risvolti sociali che il termine street art determina. Scrivere un manifesto implica l’idea di voler far parte o discostarsi da un sistema: anche l’arte, pur nella sua aura trascendentale, altro non è che un apparato.

Blek le Rat - Mona Lisa with spray can (2015)
Blek le Rat – Mona Lisa with spray can (2015)

Xavier Prou, ventenne, scopre l’arte della strada nei sobborghi di New York: grandi messaggi nervosi, nomi, colore, e insieme all’amico compagno di viaggio si chiede «What does all this mean? Why are these people doing this?». Aveva sì visto la sua Parigi, durante il ’68, imbrattata di slogan politici, ma quel senso artistico newyorchese non lo aveva percepito. Unisce questi ricordi alla coscienza degli spazi pubblici maturata nei suoi studi di architettura. Nel 1981, memore di un’effige del Duce dipinta su un muro di Padova, con l’aiuto di un amico riprende l’antica tecnica dello stencil, cominciando a lasciare segni spray sui muri parigini: quando le autorità chiedono loro se lo scopo è politico, rispondono «No, this is art».

Lui e l’amico si firmano BLEK in ricordo di un fumetto italiano: di notte, con gli stencil nelle mani gelide e la paura – e allo stesso tempo il desiderio di essere scoperti dalle guardie – è un’invasione di topi (dipinti) sui muri. Quando il suo amico decide di dedicarsi ad altro, Xavier si dà il nome di Blek le Rat. Da questo momento cominciano i problemi seri con la giustizia, e di conseguenza la notorietà.

Lasciare il proprio nome sui muri della città, muri privati o pubblici, significa per uno street artist che tutti ti conoscono ma nessuno, di fatto, sa chi sei. I topi sono il simbolo di un’epidemia (in questo caso artistica), di un’invasione, di una paura:ve li ricordate i topi della Stanza 101 nel film 1984 tratto da Orwell?

Come dimostra la storia, spesso in modo triste e tragico, è sufficiente un simbolo con alle spalle uno slogan per attirare su di sé un potere. Il fatto che Blek le Rat nel suo Manifesto cita proprio un’effige di Mussolini e che la sua esposizione milanese si intitoli Propaganda, mi lascia perplessa.

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Blek le rat – Rope Pulling (2013)

Per quanto scevro da una logica di potere politico personale e contrario alla guerra militare come dimostrano i suoi Stop War!, vedo nel messaggio artistico di Blek le Rat delle contraddizioni. Un artista che sfida la legge pur di affermare la libertà fondamentale dell’uomo, quella di pensiero e azione, un artista che si inserisce in un sistema istituzionalizzato come quello dell’arte, lasciando quindi una libertà di scelta nella fruizione che la street art non permette, e chiama il suo lavoro Propaganda, dove vuole arrivare? La propaganda la fa lui o quelli contro cui si pone?

Nel 2016 non si tratta più dell’uomo primitivo che graffia la grotta per lasciare il suo segno: propaganda, nella sua accezione generale, è veicolare un messaggio con la persuasione, indurre in modo pianificato determinati atteggiamenti per raggiungere uno scopo. Ebbene, se non si vuole incappare in interpretazioni fuorvianti, dato anche il momento storico in cui ci troviamo, mostrando un David di Michelangelo che imbraccia un kalašnikov, qual è il messaggio? Perché usare i simboli di guerra per veicolare un messaggio di pace?

La sua non è certo propaganda per addormentare le coscienze, ma quando intervistato afferma che «non c’è nessuna libertà, ci fanno credere di essere liberi», quale libertà chiede? Quella di tutti, o solo la sua? Quale arma culturale ci consiglia?

Annalisa La Porta per MIfacciodiCultura

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