American Psycho: I love living in the city

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American Psycho è il capolavoro di Bret Easton Ellis e il libro manifesto della generazione di scrittori nota come Brat Pack.

La storia racconta la vita di Patrick Bateman, un tipico yuppie anni ’80 a New York, interpretato magistralmente da Christian Bale (Haverfordwest, 30 gennaio 1974).
Patrick ha tutto (o così sembra): è ricco, bello, ha un appartamento lussuoso e molti amici e vive una vita colma di agi. Dalle prime pagine del libro, però, traspare la verità: tutta la meravigliosa vita di Patrick non è che un insieme di rapporti superficiali tenuti insieme dalla necessità di avere sempre e comunque un’immagine accettabile agli occhi della società.

 Bret Easton Ellis
Bret Easton Ellis

L’apparenza è tutto: i personaggi del libro sono tutti uguali nell’apparenza e nel sistema di valori deviato dell’America senza freno dei baby boomers.
Tutti prestano solo attenzione alla propria sfera personale e le interazioni con le altre persone sono unicamente motivate a vantarsi dei propri averi e del proprio successo.

Patrick vive una duplice vita. Egli è il perfetto yuppie, curato ed elegante all’estremo, eppure disgustato dalla superficialità del proprio stile di vita. Così si scopre che il protagonista del libro in realtà non ha un vero lavoro, dato che è impiegato nella società del padre e viene pagato per presenziare in ufficio e non fare nulla. Sovente Patrick non va al lavoro e nessuno sembra accorgersi della sua assenza, visto che di fatto egli non ha alcuna mansione. Parimenti tutti i rapporti personali di Patrick sono del tutto superficiali, rappresentazioni delle sembianze di una vera amicizia o di una vera storia d’amore. La realtà degli yuppies di New York viene presentata come un mondo vacuo di persone che si frequentano per apparire in società, ma che vivono di apparenze e di convenzioni sociali e non si ascoltano a vicenda, affaccendati a parlare di cose effimere come vestiti, macchine e tonalità dei biglietti da visita. L’assoluto senso di conformità dell’alta società e di alienazione del protagonista si ravvisa nel fatto che – più volte – le persone non si riconoscono nemmeno tra di loro, ingannati da apparenze conformi dettate dagli stilisti e parrucchieri alla moda.

Il messaggio è chiaro: il conformismo sociale è la tomba dell’individuo.

Patrick è anche un sociopatico e un serial killer. Il libro infatti illustra chiaramente, tra un discorso sul modo corretto di portare le bretelle e una discussione su quale sia il migliore ristorante di Manhattan, gli omicidi di Patrick. Il protagonista è un sadico e infligge torture e omicidi senza apparente motivo sulle persone che lo circondano, sempre mantenendo un’impeccabile aplomb nel successivo incontro in società.

Patrick viene descritto dall’autore come un individuo instabile e pericoloso, ma anche disperato e solo. Egli arriva addirittura a confessare i propri omicidi, ma le persone non lo ascoltano, perse a parlare di moda o di cocaina, o addirittura non lo prendono sul serio scambiandolo per un altro.

La genialità del libro, però, sta nell’assoluta ambiguità rispetto alla figura del protagonista. Mai infatti l’autore chiarisce se gli omicidi siano reali o se siano solo una fantasia di Bateman. Gli omicidi sono infatti raccapriccianti ed esagerati, quasi come se fossero una rappresentazione scenica più che un’azione umana. A mano a mano che il racconto progredisce la narrativa si fa più convulsa e caotica: il protagonista comincia a perdere il suo charme e compostezza e la maschera di perfetto membro della società sembra cadere.

American Psycho, 2001, Christian Bale
American Psycho, 2000, una scena con Christian Bale

Il perfetto gentiluomo Patrick Bateman arriva a mutilare e torturare due prostitute nel suo appartamento, senza che nessuno lo fermi o nemmeno se ne accorga. L’autore, inoltre, per disorientare il lettore inserisce nella narrativa tre estemporanei capitoli dove Patrick in prima persona fa la recensione ai suoi cantanti preferiti del momento (Whitney Houston, Huey Duey and the Lewis e Phil Collins).

Alla fine del libro il lettore è completamente disorientato e in balia della storia e perde tutti i punti di riferimento che credeva di avere.

Perché nessuno nota la scia di cadaveri che Patrick sta lasciando attorno a sé? È colpa della superficialità alienante dell’America degli anni ’80 o è la mente di Patrick a essersi immaginata tutto?
I buoni lo pensano, i cattivi lo fanno, ma Patrick Bateman da che parte sta?

Carlo Pedersoli per MIfacciodiCultura

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