La “Questione di appartenenza” di Eugenio Tibaldi

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L’appartenere ad un territorio non è solo una questione di radici storiche ma un sentirsi parte di esso, in ogni singolo dettaglio.

al-lavoro4-640x434Il progetto Questione di appartenenza dell’artista Eugenio Tibaldi, a cura di Fabrizio Tramontano e presentato al Museo MADRE di Napoli il 13 gennaio, insieme alle opere – cinque arazzi su carta descrittivi di una psico-geografia di alcune aree del centro storico di Napoli – realizzate nel corso di un workshop con alcuni studenti del Liceo-Ginnasio “G. B. Vico” di Napoli, prende forma nel 2014, dopo un anno di residenza nel centro storico di Napoli dell’artista che, nel tentativo di cogliere la “porosità” degli ambienti, identifica quattro distinte aree geografiche (Quartieri Spagnoli, Centro storico-Forcella, Sanità, Materdei-Montesanto), in cui una porzione consistente di popolazione residente vive con regole alternative a quelle ufficiali, all’interno di un disordine solo apparente che risponde, in realtà, ad un preciso apparato strutturale micro-sociale.

La mappatura dei luoghi avviene all’interno di un workshop sulla lettura del territorio, condotto presso il liceo “G.B. Vico” di Napoli: trenta studenti del IV e V ginnasio, divisi in cinque gruppi, utilizzando il proprio smartphone, fotografano edicole votive, porte di accesso ai “bassi”, finestre, cassette per le lettere, stendipanni, paletti, tubi dell’acqua, cavi, condizionatori e inoltre insegne, graffiti e necrologi.
Sono state raccolte più di 24mila immagini e alcune di esse sono state selezionate per la composizione di collage poi ricomposti in cinque grandi arazzi di carta creati da Eugenio Tibaldi, restituendo la testimonianza di un modo di vivere e un sistema valoriale ed estetico fortemente connotato dalla porosità tra spazi, cose e persone, in un contesto caratterizzato da un grande senso di appartenenza.

I cinque arazzi si presentano come filtri attraverso i quali è possibile sbirciare o soffermarsi per approfondire il mondo informale: una lente per poter guardare ogni singolo dettaglio, per coglierne il valore storico-documentaristico e la valenza narrativa di un luogo, di un momento, di un popolo, per restituire, così, un’immagine globale, una sorta di archivio del centro di Napoli, capace di raccontarne i fenomeni sociali ed estetici.

foto3_ridotta-795x300La linea di ricerca di Eugenio Tibaldi, si fonda sull’osservazione e la riproduzione fotografica, come racconto di vita, come quadro “informale”, sviluppando in questo modo una modalità di critica costruttiva, come strumento di indagine di spazi ed avvenimenti, spogliando il tutto di quelli che sono gli elementi limitanti:pregiudizi, credenze e luoghi comuni, portando alla luce dettagli nei quali vi è la genuinità di un vivere radicato su di un personale concetto di appartenenza.

L’informalità è un concetto complesso che coinvolge molteplici ambiti; lo stesso termine è usato per descrivere e teorizzare non solo l’aspetto spaziale della città, ma anche la sua organizzazione culturale, economica, sociale e politica.
Laura Lutzoni

Da qui, la nozione di informale prende piede per ricercare le letture soggettive di un dato luogo, come alternativa all’urbanistica funzionale.
Le città in cui abitiamo sono attraversate da dinamiche complesse: da un lato i processi formali di appartenenza resi attraverso i dettami precisi della strutturazione territoriale, dall’altro l’anima informale impregnata di spontaneità ed auto-organizzazione, la stessa che poi determina il soffio vitale della “città spirito”.
In questo senso la relazione che si stabilisce tra le categorie del formale e dell’informale non è né un’identità né un’opposizione.

Per concludere, non potrebbe mai esistere creatività se non si innescassero queste “dinamiche” personali di una collettività, che nel soggettivo trova sfogo ed ispirazione. La città creativa è quella che riesce ad individuare nella quotidianità dei suoi eventi un potenziale di innovazione e mutamento.

Grazia Nuzzi per MIfacciodiCultura

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